Olio italiano in crisi: l’import dalla Tunisia e guerra dei prezzi minaccia il Made in Italy

Perché l'aumento delle importazioni dalla Tunisia e il calo dei prezzi mettono a rischio la sostenibilità economica e il valore qualitativo della filiera olearia Made in Italy

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Federica Petrucci

Editor esperta di economia e attualità

Laureata in Scienze Politiche presso l'Università di Palermo e Consulente del Lavoro abilitato.

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Il settore dell’olio extravergine d’oliva italiano sta attraversando una delle fasi più complesse degli ultimi anni. A pesare non sono solo i costi di produzione in aumento, le difficoltà climatiche e la frammentazione strutturale della filiera, ma soprattutto una dinamica di mercato sempre più aggressiva, che rischia di comprimere ulteriormente i margini dei produttori. L’allarme arriva da Coldiretti, che nei giorni scorsi ha denunciato sul Financial Times l’impatto dell’ondata di olio d’oliva a basso costo proveniente dalla Tunisia. Un flusso, questo, che sta spingendo i prezzi al ribasso e costringendo molte aziende italiane a vendere in perdita.

Olio extravergine d’oliva Made in Italy minacciato dalle importazioni

Secondo i dati diffusi dall’organizzazione agricola, nei primi dieci mesi del 2025 le importazioni di olio tunisino in Italia sono aumentate di circa il 40%, proprio mentre prendeva avvio la raccolta delle olive nel nostro Paese. Questo arrivo massiccio di prodotto estero ha contribuito a deprimere i prezzi interni, indebolendo il potere contrattuale degli olivicoltori italiani e creando un clima di forte incertezza lungo tutta la filiera.

L’olio tunisino entra sul mercato italiano a circa 3,50 euro al chilo, una soglia che rende la competizione estremamente difficile, se non impossibile, per molti produttori nazionali. In Italia, i costi di produzione sono mediamente più elevati: dalla manodopera alla gestione degli uliveti, dalla raccolta spesso ancora manuale ai costi energetici e di trasformazione. Vendere a quei livelli significa, per molte aziende, lavorare in perdita o ridurre la qualità e gli investimenti futuri.

Il vicepresidente di Coldiretti, David Granieri, parla apertamente di una situazione destinata a lasciare strascichi duraturi. “Sarà molto difficile recuperare i prezzi”, ha dichiarato, puntando il dito contro una parte dell’industria dell’imbottigliamento, accusata di utilizzare l’olio estero come leva per comprimere i listini interni. In altre parole, l’abbondanza di prodotto importato diventa uno strumento negoziale che spinge verso il basso il valore riconosciuto all’olio italiano, anche quando si tratta di extravergine di alta qualità.

Produzione e mercato: i punti più critici

Dall’altra parte, l’industria respinge le accuse e invita a leggere il fenomeno in una chiave più ampia. Assitol, l’associazione italiana dell’industria olearia, sottolinea come le importazioni siano una necessità per il Paese. L’Italia, infatti, produce meno olio di quanto ne consuma. Nel 2025, a fronte di una produzione nazionale stimata intorno alle 300mila tonnellate, sono entrate dall’estero oltre 500mila tonnellate di olio. Un divario che rende inevitabile il ricorso al mercato internazionale, soprattutto per garantire continuità di approvvigionamento e stabilità dei prezzi al consumo.

Secondo l’industria, inoltre, il calo delle quotazioni non dipende solo dall’olio tunisino, ma anche dalla ripresa della produzione mediterranea dopo due anni segnati da siccità e cali produttivi. Spagna, Grecia e altri Paesi del bacino del Mediterraneo hanno registrato un ritorno a volumi più elevati, aumentando l’offerta complessiva e contribuendo alla pressione sui prezzi. Un fattore congiunturale che si somma, però, a problemi strutturali irrisolti.

Il punto di frizione tra agricoltori e industria mette in luce una fragilità storica della filiera olearia italiana: la scarsa integrazione tra produzione agricola e trasformazione, e la difficoltà di valorizzare pienamente l’origine e la qualità del prodotto. In un mercato dominato dalla grande distribuzione e da marchi che operano su scala internazionale, l’olio extravergine rischia di essere trattato come una commodity, con logiche di prezzo che poco hanno a che fare con il valore agricolo, ambientale e culturale dell’olivicoltura italiana.

Perché l’olio dalla Tunisia preoccupa i produttori italiani

Per capire meglio di cosa stiamo parlando, la questione tunisina va analizzata non solo da un punto di vista economico, ma anche politico. Tunisi spinge per raddoppiare a 100mila tonnellate la quota di olio esportabile nell’Unione europea senza dazi, una proposta che richiede l’approvazione degli Stati membri. Un dossier particolarmente sensibile in un momento in cui il mondo agricolo europeo è già sotto pressione, anche alla luce dell’intesa siglata a gennaio con il Mercosur, che apre ulteriormente il mercato comunitario a prodotti agroalimentari provenienti dal Sud America.

Per molti agricoltori italiani, il timore è che si stia creando un precedente pericoloso. L’apertura crescente del mercato europeo a prodotti a basso costo, spesso realizzati con standard ambientali e sociali diversi, rischia di mettere fuori gioco le produzioni più fragili, come quelle olivicole tradizionali del Mezzogiorno e delle aree collinari. Zone dove l’olio non è solo un prodotto agricolo, ma un presidio del territorio, un fattore di tutela del paesaggio e di occupazione rurale.

Quali le conseguenze temute

La crisi dei prezzi ha anche effetti a catena. Quando le aziende sono costrette a vendere in perdita, si riducono gli investimenti in innovazione, sostenibilità e qualità. A lungo termine, questo può tradursi in un impoverimento dell’offerta italiana e in una perdita di competitività proprio su quei segmenti premium che, teoricamente, dovrebbero rappresentare il punto di forza del Made in Italy.

Quindi, mentre il consumo di olio extravergine di oliva di qualità cresce nei mercati internazionali e l’Italia continua a essere percepita come un riferimento culturale e gastronomico, il valore riconosciuto alla produzione agricola interna fatica a reggere l’urto di una competizione giocata quasi esclusivamente sul prezzo.