La crisi idrica in Italia non è più un’emergenza episodica, ma una condizione strutturale che sta ridefinendo equilibri economici, sociali e ambientali. A confermarlo è il report Istat pubblicato a marzo 2026, che fotografa un Paese sempre più vulnerabile alla scarsità di risorse idriche, con impatti soprattutto nel Mezzogiorno.
I numeri della crisi idrica in Italia
Dai dati, quello che emerge è che a essere sotto pressione è in primis il settore agricolo. Nel 2024 oltre il 90% delle aziende segnala difficoltà di irrigazione, ma nel Sud questa quota raggiunge il 97,5% e sfiora il 99% nelle Isole. Infatti, oltre il 70% delle aziende agricole italiane che dichiarano problemi irrigui si concentra nel Mezzogiorno:
- nel Sud si concentra il 41,7% delle aziende in difficoltà;
- nelle Isole il 28,5%, con la sola Sicilia che rappresenta il 22% del totale nazionale.
In regioni come la Puglia, ad esempio, si concentra oltre il 45% delle aziende agricole del Sud con problemi di irrigazione, a fronte di un peso agricolo inferiore.
Proprio dove l’agricoltura è più rilevante per l’economia locale, l’acqua è sempre più scarsa.
Le cause: cambiamento climatico e criticità infrastrutturali
La crisi idrica è la conseguenza di una combinazione di fattori. Da un lato, il cambiamento climatico sta alterando i regimi delle precipitazioni, con un calo delle piogge soprattutto nel Sud e nelle Isole (-18% rispetto alla media storica). Dall’altro, le temperature record registrate nel 2024 – l’anno più caldo mai rilevato in Italia – hanno aumentato l’evaporazione e ridotto ulteriormente la disponibilità di acqua.
A questi fattori si aggiungono criticità strutturali, come le infrastrutture idriche obsolete e l’elevata dispersione nelle reti. Il risultato è un sistema inefficiente, incapace di trattenere e distribuire adeguatamente una risorsa sempre più preziosa.
Piccole aziende le più vulnerabili
In questo settore anche il fattore dimensionale fa la differenza. In Italia, infatti, il 58,9% delle imprese agricole che soffrono la crisi idrica è di piccola dimensione (meno di 10 ettari), quota che sale al 72,2% nel Sud. Si tratta di aziende che hanno minori risorse per investire in tecnologie efficienti, sistemi di irrigazione avanzati o soluzioni di stoccaggio dell’acqua. Questo le rende particolarmente vulnerabili agli shock climatici.
Al contrario, le grandi aziende, che rappresentano appena il 5,9% del totale, mostrano una maggiore capacità di adattamento, grazie a una struttura più solida e a maggiori investimenti.
Come vengono investiti i soldi
C’è poi un’altra differenza che emerge, ovvero quella tra strategie reattive e preventive.
Nel Mezzogiorno, gli investimenti delle aziende agricole sono prevalentemente reattivi e distribuiti per:
- migliorare la gestione idrica;
- aumentare le rese produttive;
- contenere l’erosione del suolo.
Interventi necessari, ma spesso tardivi, messi in campo per fronteggiare emergenze già in atto.
Al contrario, nel Centro-Nord prevalgono strategie più proattive, orientate alla competitività e alla sostenibilità di lungo periodo. Si investe infatti in multifunzionalità, marketing e riduzione delle emissioni.
Investire in tecnologie di irrigazione di precisione, riduzione delle perdite e riuso delle acque reflue può ridurre significativamente il consumo idrico, ma anche i sistemi di monitoraggio – oggi utilizzati solo dall’8,3% delle aziende – possono migliorare l’efficienza e la resilienza. Serve quindi un piano di ammodernamento delle reti idriche e di potenziamento degli invasi, soprattutto nel Sud.