Gender gap, 7 madri su 10 si licenziano: donne in part-time il doppio rispetto all’Europa

I dati sull'occupazione femminile dicono che non c'è ancora molto da festeggiare l'8 marzo in Italia, molto indietro sul divario salariale

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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L’8 marzo si celebra la Giornata internazionale della donna, una ricorrenza che ricorda i passi che sono stati fatti a partire dal XIX secolo per quanto riguarda l’emancipazione femminile. Eppure, guardando ai dati sul lavoro in Italia, la sensazione è che ci sia ancora poco da festeggiare. Nonostante alcuni progressi negli ultimi anni, il divario tra uomini e donne nel mercato del lavoro resta profondo e strutturale.

In Italia il gender pay gap è pari al 19,4%, quasi il doppio rispetto alla media europea del 10%. È doppiamente ironico se si considera che l’8 marzo è una data stabilita convenzionalmente dall’Internazionale socialista nel 1921, denominata inizialmente Giornata internazionale delle operaie, per ricordare il loro ruolo imprescindibile nella caduta dell’impero zarista.

Più preparate e qualificate, le donne italiane continuano a firmare contratti peggiori

Negli ultimi anni le donne hanno raggiunto livelli di istruzione sempre più elevati e, spesso, superiori a quelli degli uomini. In Italia le laureate sono più numerose dei laureati, ma questo vantaggio formativo non si è mai tradotto in una posizione migliore nel mercato del lavoro.

Nel 2024 il tasso di occupazione complessivo in Italia, per la forbice di età compresa tra i 20 e i 64 anni, si è fermato al 67,1% ed è attualmente in calo.

Anche se bisogna registrare un significativo aumento del tasso di occupazione femminile tra il 2008 e il 2024, cresciuto di 6,4 punti percentuali. La crescita particolarmente evidente tra le lavoratrici over 50, dove l’incremento supera i 20 punti percentuali. Ma il miglioramento non basta a colmare il ritardo rispetto al resto d’Europa e soprattutto non elimina le disuguaglianze nella qualità del lavoro.

Le donne pagano ancora la colpa di poter essere madri

Il momento in cui il divario si allarga in modo più evidente è quello della maternità. Dopo la nascita di un figlio, 7 dimissioni su 10 riguardano le madri, segno di una conclamata difficoltà strutturale nel conciliare lavoro e famiglia. Nel triennio 2022-2024 oltre 180 mila genitori hanno lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio, e circa il 70% erano donne.

La differenza emerge anche nei tassi di occupazione dei genitori. Tra i 25 e i 54 anni lavora il 62,3% delle madri, mentre tra i padri nella stessa fascia d’età l’occupazione sale al 91,5%. Questo significa che, mentre la paternità raramente incide sulla carriera maschile, la maternità continua a rappresentare uno dei principali fattori di sotto-occupazione.

Il part-time involontario delle donne è legato alla cura dei figli

In Italia il 29,3% delle donne lavora part-time, una quota quasi cinque volte superiore rispetto agli uomini, che riguarda appena il 6,2% degli occupati.

Non sempre si tratta di una scelta libera: il part-time involontario riguarda il 15,6% delle lavoratrici. E non è un caso che il fenomeno risulti più evidente tra le madri. Secondo dati Eurostat, tra i 25 e i 54 anni il 37,3% delle donne con figli lavora part-time, contro appena il 4,8% degli uomini con figli.

Molestie sul lavoro: un problema ancora poco denunciato

Oltre agli ostacoli strutturali, ci sono altri fattori che incidono sulla qualità del lavoro femminile. Secondo i dati Istat, il 13,5% delle donne che lavorano o hanno lavorato ha subito molestie a sfondo sessuale nel corso della propria vita professionale. Le persone coinvolte sono circa 2,3 milioni, e oltre l’81% delle vittime è donna.

La situazione è più grave di quanto si immagina perché molte lavoratrici preferiscono cambiare lavoro piuttosto che denunciare, tanta è la paura di ritorsioni o di compromissione della propria carriera. Il problema copre in maniera trasversale tutti i settori professionali, nessuno escluso.

Se la crescita professionale si blocca, poche donne arrivano ai vertici aziendali

Nelle società quotate italiane le donne rappresentano il 43% dei componenti dei consigli di amministrazione, grazie soprattutto alle norme sulle quote di genere. Non è mai una questione legata all’incompetenza, dal momento che nessuno questiona la validità del percorso degli uomini che hanno raggiunto i tavoli decisionali. Seguendo lo spirito di Ruth Bader Ginsburg, giudice americana, ci sarà davvero equità quando non ci stupiremo più di fronte alla presenza di un luogo di potere totalmente abitato da donne, esattamente come non stupirebbe vederne uno tutto al maschile.

Tuttavia, la presenza femminile ai vertici operativi resta molto più bassa. Solo il 2,2% delle posizioni di amministratore delegato è occupato da donne, mentre appena il 21,1% dei dirigenti è donna. Numeri che mostrano chiaramente quanto sia ancora difficile in Italia pronunciare la parola equità.

Non c’è ancora molto da festeggiare l’8 marzo

Finché le donne continueranno ad assorbire i costi di lavoro di cura non pagato e a essere penalizzate nell’accesso alle opportunità, nella stabilità dei contratti e nella possibilità di crescita professionale, la parità di genere resterà un obiettivo lontano. E la Giornata internazionale della donna continuerà a essere un momento per ricordare quanto lavoro resti ancora da fare.