Era questione di tempo prima che lo spazio extra-atmosferico si trasformasse in un nuovo mercato ad alto rendimento, per l’assenza di un Soggetto politico in grado di riempire il vuoto fiscale e normativo. L’assenza di regole chiare può trasformare ciò che va oltre l’orbita terrestre nel più grande paradiso fiscale, riservato a pochi colossi privati. Per scongiurare questo scenario, un recente studio condotto da Eurispes propone la creazione di una vera e propria Space Tax Law a livello globale.
I principi tradizionali del fisco si basano sulla territorialità e sulla residenza, parametri che perdono di significato a centinaia di chilometri dalla Terra. Per questo si rende necessario capire come includere l’orbita all’interno di una cornice fiscale e giurisprudenziale che impedisca il proliferare di nuove forme di elusione.
Indice
Perché le avventure spaziali rischiano di creare un paradiso fiscale
La corsa allo spazio mette in crisi i sistemi tributari tradizionali, strutturati per tassare la ricchezza prodotta all’interno dei confini nazionali. Il rischio di un vuoto normativo si manifesta attraverso tre meccanismi principali:
- l’assenza di sovranità territoriale oltre l’atmosfera permette alle aziende di svolgere attività economiche ad altissimo rendimento in una zona priva di giurisdizione statale e quindi a tassazione zero;
- la deterritorializzazione dei profitti consente alle multinazionali di attribuire il valore aggiunto a infrastrutture orbitali, come server o Data Center intelligenti, anziché alle sedi terrestri;
- la concorrenza tra Paesi spinge i Governi privi di programmi spaziali a concedere licenze di lancio a condizioni fiscali azzerate per attirare i capitali dei privati.
A chi si rivolge l’Orbit Tax
La proposta di un prelievo fiscale oltre i confini terrestri non riguarda i cittadini comuni o i contribuenti tradizionali, ma punta a colpire tre specifiche tipologie di operatori economici:
- i grandi operatori delle telecomunicazioni che gestiscono enormi costellazioni satellitari per la connettività dati e i servizi di navigazione in orbita bassa;
- le compagnie private specializzate nel turismo spaziale ad altissimo valore aggiunto che vendono voli e soggiorni extra-atmosferici a clienti milionari;
- le corporation impegnate nello space mining per l’estrazione di risorse preziose da asteroidi e sulla Luna o nella gestione di server e Data Center in orbita.
L’obiettivo principale della regolamentazione è stabilire una quota di contributi dovuta per lo sfruttamento commerciale di risorse che il diritto internazionale definisce come bene comune dell’umanità, evitando l’accaparramento dei profitti da parte di una ristretta élite di Paesi e imprese.
Chi riscuoterà le imposte e a chi andrà il gettito
Poiché nessun singolo Stato possiede la sovranità sullo spazio, la riscossione e la gestione del prelievo richiedono un’architettura internazionale condivisa:
- un accordo multilaterale sovranazionale guidato dalle Nazioni Unite o dall’Ocse stabilirà regole fiscali uniche evitando che i singoli Paesi applichino normative concorrenziali;
- un fondo globale di redistribuzione raccoglierà i proventi per finanziare progetti pubblici, la transizione ecologica e lo sviluppo dei Paesi privi di risorse spaziali;
- una quota delle entrate sarà destinata alla sostenibilità dell’orbita per finanziare gli interventi di pulizia dai detriti spaziali e la sicurezza dei lanci.
Come funzionerebbe l’Orbit Tax e le imposte sui lanci
Per applicare concretamente il prelievo fiscale sono state formulate diverse ipotesi di calcolo:
- l’introduzione di una Orbit Tax parametrata al numero di satelliti operativi inviati nello spazio e all’occupazione delle fasce orbitali più ambite;
- una tassa speciale applicata direttamente sui biglietti del turismo spaziale per compensare l’impronta ecologica e le esternalità ambientali prodotte dai lanci;
- un prelievo percentuale sulle rendite da risorsa ottenute attraverso l’estrazione mineraria o la commercializzazione di beni creati nello spazio.
In assenza di un accordo globale condiviso, il rischio concreto evidenziato dagli analisti è il verificarsi di fenomeni di concorrenza sleale e arbitraggio, con le aziende che sposteranno i propri lanci e le sedi operative nei Paesi pronti a offrire le condizioni fiscali più vantaggiose.