Gli Stati Uniti vogliono la Groenlandia, a qualsiasi costo. Mentre Trump nega ufficialmente piani di annessione, il segretario di Stato Marco Rubio ha rivelato ai legislatori statunitensi che l’obiettivo rimane l’acquisto dell’isola artica dalla Danimarca. Un’opzione che, pur presentata come pacifica, non esclude il ricorso alla forza militare, come affermato dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Ma perché questa remota isola di ghiaccio è diventata il centro di una potenziale crisi transatlantica?
L’acquisto della Groenlandia
L’interesse al controllo della Groenlandia non è nuovo, ma raramente è stato così aggressivo. Gli USA avevano già offerto in segreto cento milioni di dollari per l’acquisto dell’isola nel 1946. Tra il 1941 e il 1945 gli Stati Uniti l’avevano invece controllata per sottrarla ai tedeschi, quando la Danimarca era stata occupata da Hitler. Negli anni Cinquanta un accordo con i danesi aveva infine consentito a Washington l’apertura di una base militare. Ma è nel 2019, con la prima amministrazione Trump, che il tema dell’acquisizione della Groenlandia è tornato al centro del dibattito.
Il piano contemplerebbe la proposta di un Compact of Free Association (Cofa), che gli Stati Uniti applicano già con alcune nazioni insulari del Pacifico. L’accordo consente alle forze armate americane di operare liberamente nei Paesi firmatari, ai quali offrono anche scambi commerciali senza tasse con gli Usa e servizi essenziali. In questo modo, gli Stati Uniti, in qualità di garanti della protezione militare, ottengono il diritto di installare e utilizzare basi militari sul territorio associato.
È un modello già collaudato con gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e Palau. Tuttavia, applicare questo schema alla Groenlandia incontra un ostacolo giuridico fondamentale. L’isola non è uno Stato sovrano, ma parte del Regno di Danimarca e qualsiasi trattato internazionale che la riguardi non può quindi bypassare Copenaghen.
Perché Trump la vuole
La Groenlandia non è solo la più grande isola del mondo, con una superficie sei volte quella italiana, ma rappresenta un concentrato di interessi strategici del XXI secolo. Trump, fin dal primo mandato, ha manifestato apertamente il desiderio di acquisire questo territorio autonomo danese, motivandolo con esigenze di sicurezza nazionale. Tuttavia, le ragioni sono molto più complesse e legate a tre fattori fondamentali: posizione geostrategica e risorse minerarie critiche.
La base americana di Pituffik/Thule in Groenlandia è un avamposto cruciale per la difesa missilistica e la sorveglianza nell’Artico, regione dove la Russia ha intensificato la propria presenza militare. Ma è il sottosuolo groenlandese a nascondere il vero tesoro: si stima che l’isola contenga il 13% delle risorse mondiali di petrolio, il 30% di quelle di gas. Oltre a giacimenti significativi di terre rare, nichel, cobalto e uranio, minerali fondamentali per la transizione energetica e l’industria tecnologica.
Infine, a giocare un ruolo importante c’è anche il cambiamento climatico. Questo processo, oltre ad avere effetti devastanti sull’innalzamento degli oceani, potrebbe rendere accessibili risorse minerarie prima sepolte sotto chilometri di ghiaccio e potrebbe aprire il famoso Passaggio a Nord-Ovest. Questa futura rotta commerciale artica ridurrebbe del 40% la distanza tra Asia ed Europa rispetto al canale di Suez, rivoluzionando il commercio marittimo globale.

La reazione della Danimarca
La Danimarca ha reagito su due fronti: da un lato ha proposto un incontro diplomatico con Marco Rubio, dall’altro ha annunciato il rafforzamento della presenza militare in Groenlandia. Il ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen ha parlato di “una presenza Nato più ampia, con più esercitazioni”, cercando di rassicurare Washington sulla sicurezza artica senza cedere sovranità.
Il trattato di Copenaghen già consente agli Stati Uniti di schierare truppe in Groenlandia, purché qualsiasi aumento significativo sia concordato preventivamente. Una disposizione che alla Casa Bianca non garantirebbe più un controllo sufficiente sull’area.