Come prevedibile, l’Iran ha rifiutato la tregua di 48 ore proposta dai negoziatori degli Stati Uniti. La guerra prosegue senza sconti, nonostante le rispettive stanchezze. Anche a marzo la Repubblica Islamica aveva respinto la medesima richiesta, affermando di voler negoziare esclusivamente la fine definitiva del conflitto, e non pause che servirebbero soltanto a far riprendere un attimo il fiato agli avversari.
Nei giorni scorsi Teheran aveva perfino smentito l’amministrazione Trump, affermando che non sono neanche in corso trattative per un cessate il fuoco. Il tempo premia il regime degli ayatollah, che tengono in scacco uno dei nodi nevralgici della globalizzazione a guida americana: lo Stretto di Hormuz.
Il calcolo dell’Iran: colpire l’economicismo occidentale
Nonostante Usa e Israele siano, sulla carta, superiori all’Iran in termini militari, conseguire una vittoria è estremamente complicato per Washington. La lezione delle guerre in Iraq e Afghanistan avrebbe dovuto suggerirlo fin dall’inizio: quando una guerra non segue obiettivi strategici, è molto probabile che sia destinata al fallimento. E la guerra statunitense, invocata dallo Stato ebraico, non ha alcuna giustificazione dal punto di vista strategico.
La Repubblica Islamica è stata costruita nei decenni per resistere a un assedio prolungato e rispondere. Anzi, sperava in un impantanamento dei nemici nelle acque di Hormuz, cardine dei flussi energetici e commerciali mondiali. Spesso si confonde la globalizzazione con la sua parte ideologica, ma non è altro che il controllo americano degli stretti marittimi del pianeta. Essenza stessa della superpotenza, che impedisce perfino alla Cina di uscire di casa e prendersi Taiwan.
Teheran è consapevole che mettere in crisi questo sistema, significa colpire il senso profondo dell’egemonia Usa. L’impero americano si fonda sulla protezione e sulla garanzia del mercato unico globale per i suoi satelliti, Europa in primis. Se uno Stato “annientato” come l’Iran, come lo ha definito Donald Trump, riesce a mettere in crisi l’economia mondiale senza che gli Stati Uniti riescano a impedirlo, allora è finita l’era della superpotenza a stelle e strisce?
Questa è la domanda che gli iraniani hanno posto all’attenzione del pianeta intero. Tenendo in ostaggio l’economicismo dei Paesi occidentali e infrangendo il sogno di prosperità e calma che le monarchie arabe del Golfo avevano coltivato affidandosi all’ombrello nucleare di Israele e Usa. Con scenari apocalittici di città come Dubai in fiamme, impensabili fino a due mesi fa.
Il segnale forte dell’Iran: l’abbattimento di un jet Usa
Per dimostrare di non stare bluffando, l’Iran ha voluto mandare un segnale inequivocabile agli Stati Uniti proprio mentre riceveva la proposta di tregua. I pasdaran hanno abbattuto un jet F-15 dell’Aeronautica militare americana, mettendo a repentaglio la vita di due piloti (uno si è salvato e un altro risultava disperso subito dopo).
Umiliazione nell’umiliazione per il presidente Trump, che in patria aveva promesso “la fine di tutte le guerre” e degli annessi sacrifici della popolazione statunitense. La quale ora si ritrova invece a pagare la benzina 4 dollari al gallone (soglia psicologica insostenibile negli Usa) e a contare 13 militari morti in Kuwait, Arabia Saudita e Iraq dal 28 febbraio.
La cifra delle difficoltà statunitensi si rintraccia anche nelle considerazioni dello stesso Trump dopo l’abbattimento del jet, secondo cui l’episodio “non influirà” sui negoziati con l’Iran. La verità è che gli Usa hanno pochissima scelta: devono ritirarsi presto e stanno studiando solo come vendere la decisione in patria come una vittoria.
Le difficoltà di Usa e Israele
Intanto però stanno esaurendo gli intercettori missilistici e le difese aeree nell’area, aumentando il potere negoziale di altri rivali come la Cina, detentrice dei minerali critici necessari alla costruzione di jet, droni e missili. Un’invasione di terra dell’Iran risulterebbe disastrosa in termini umani, materiali e mediatici. Senza alcuna garanzia di rovesciamento del regime, anzi.
L’unica incognita in questa complessa equazione resta Israele, l’unico contendente a voler proseguire la guerra a oltranza. Per Tel Aviv l’Iran è il nemico esistenziale, e pertanto ha trascinato con sé la consistente parte neoconservatrice degli apparati americani. La sconfitta strategica è però dietro l’angolo, e se ne stanno accorgendo un po’ tutti. Governo Netanyahu e Pentagono compresi.