Guerra in Iran, via alla fase 2: quali Paesi sono coinvolti e cosa succede ora

Il Pentagono annuncia la volontà di un controllo totale dello spazio aereo in Iran, mentre Teheran colpisce obiettivi nei Paesi del Golfo

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

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L’offensiva militare in Medio Oriente entra in una nuova fase operativa. Pete Hegseth, Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, ha annunciato ufficialmente l’inizio della fase 2 della guerra in Iran. Dopo i primi cinque giorni di attacchi mirati, il Pentagono punta ora al controllo totale dello spazio aereo iraniano per neutralizzare basi missilistiche e infrastrutture strategiche.

Il nodo centrale del conflitto resta l’incertezza sulla durata delle operazioni: mentre il Presidente Donald Trump ipotizza una conclusione entro 4-5 settimane, il Pentagono non pone limiti temporali, vincolando il ritiro al raggiungimento di risultati “storici”. L’allargamento del conflitto coinvolge ormai una dozzina di nazioni, con l’Iran che risponde colpendo infrastrutture petrolifere e di Gnl in Paesi neutrali come Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Inizia la fase 2 della guerra

Pete Hegseth, segretario alla Difesa Usa, nel discorso sull’offensiva all’Iran, mette sul tavolo tutta una serie di dati che mostrano le difficoltà della difesa iraniana. “L’Iran è spacciato e lo sa”, ha dichiarato.

Hegseth annuncia così una seconda fase di attacchi. Dopo cinque giorni dal primo, il segretario alla Difesa dichiara che l’America sta vincendo in maniera “decisiva, devastante e senza pietà”.

Quando finirà?

Nel suo resoconto Hegseth parla di una missione non compiuta, iniziata da pochi giorni, ma con risultati “incredibili, storici”. Su quanto tempo servirà ancora agli Stati Uniti per mettere la parola “fine” al conflitto però non è stato chiaro.

Il presidente Donald Trump aveva preannunciato una durata delle operazioni di circa 4-5 settimane. Il segretario alla Difesa ha invece ribadito la volontà di andare avanti finché sarà necessario.

L’uomo del Pentagono ha anche aggiunto che “in pochi giorni” avranno il controllo completo dello spazio aereo iraniano (mentre quello civile è in affanno). Questo significa, dice:

che voleremo giorno e notte colpendo missili e basi. I leader alzeranno gli occhi e vedranno solo aerei americani e israeliani. E l’Iran non potrà farci niente. Per tutto il giorno arriveranno morte e distruzione dal cielo. Non è una lotta equilibrata, non lo è mai stata e non era previsto che lo fosse. Stiamo colpendo mentre sono al tappeto ed è così che dovrebbe essere.

Il tema delle munizioni: non c’è emergenza

Sul tema delle munizioni, il Pentagono smentisce una “crisi”. Il segretario alla Difesa ha parlato di un’operazione con potenza 7 volte superiore alla guerra dei 12 giorni condotta da Israele a giugno 2025, ma sostiene che gli attacchi più duri debbano ancora arrivare.

Nella “fase 2” infatti dice che useranno bombe da 225, 450 e 900 chili. “Abbiamo disponibilità illimitata di queste munizioni”, dichiara. Anche per i Patriot, aggiunge, c’è disponibilità notevole. “Possiamo proseguire questa guerra a questo ritmo per tutto il tempo necessario”, ha concluso.

Tutti i Paesi coinvolti e perché

L’operazione in Venezuela e quella in Iran sono state profondamente diverse, anche nelle conseguenze. L’aggressione israelo-americana ha portato a un altro livello la tensione nel Golfo.

L’attacco a Teheran, infatti, ha coinvolto una dozzina di Paesi. L’Iran ha risposto colpendo obiettivi precisi: le ambasciate Usa in Arabia Saudita e Kuwait, la base americana in Bahrain, attività di produzione di petrolio e Gnl e la loro distribuzione. La strategia pubblicamente non è stata esposta, ma secondo gli analisti internazionali, l’obiettivo è spostare la tensione verso l’esterno, magari proseguendo fino alle elezioni statunitensi di metà mandato, impattando sul risultato.

L’Iran ha colpito diversi Paesi neutri, come il Qatar, l’Arabia Saudita, gli Emirati, l’Oman e altri. Trump ha dichiarato, rispondendo a una domanda in merito, che tutti questi Paesi sono pronti a rispondere come una coalizione.

Ufficialmente non è stata data una simile notizia dai Paesi coinvolti, anche se gli Emirati Arabi Uniti stanno valutando un’operazione militare per fermare il lancio di missili e di droni. Il consigliere per la politica estera, Anwar Gargash, su X ha parlato di un “errore di calcolo che ha isolato l’Iran in un momento critico”. Sottolinea anche:

La vostra guerra non è contro i vostri vicini e questa escalation non fa che rafforzare la narrazione secondo cui l’Iran è la principale fonte di pericolo nella regione.

Da qui gli Emirati si riservano il pieno diritto di rispondere a questa escalation. Anche il Qatar avrebbe già reagito, secondo le fonti israeliane, partecipando a un raid.

L’Oman, mediatore negli ultimi colloqui tra Washington e Teheran, ha invece puntato alla diplomazia, dichiarando che una via d’uscita è ancora possibile.