Tim, cessione della rete a Kkr: cosa cambia dal 1° luglio 2024

Una svolta epocale con l'addio al proprio asset principale da parte di Tim. Non un salto nel vuoto: cosa cambia per utenti e lavoratori

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Luca Incoronato

Giornalista

Giornalista pubblicista e copywriter, ha accumulato esperienze in TV, redazioni giornalistiche fisiche e online, così come in TV, come autore, giornalista e copywriter. È esperto in materie economiche.

Giornata storica oggi lunedì 1° luglio per Tim. Scatta infatti il perfezionamento della vendita della rete NetCo a Optics Bidco. È questo il nome del veicolo partecipato dal fondo americano Kkr (insieme con Abu Dhabi investment authority e Canada pension plan investment board).

Cessione di Tim a Kkr

L’operazione che prevede la cessione della NetCo di Tim al fondo statunitense Kkr è stata approvata dal governo di Giorgia Meloni. Il tutto finalizzato alla netta riduzione del debito contratto nel tempo dall’ex monopolio telefonico, ormai in chiara difficoltà. Evidente la soddisfazione del CEO di Tim, Pietro Labriola: “Ci permetterà di ridurre l’indebitamento e non avremo più quei vincoli che ci impedivano di competere con gli altri player. Ora saremo come gli altri operatori”.

Un’operazione da 22 miliardi di euro per Tim, di cui circa 3 miliardi di earn-out (cioè una parte subordinata al conseguimento di determinati obiettivi) per lo più legati a una futura potenziale combinazione degli asset con Open Fiber, partecipata da Cassa Depositi e Prestiti, a sua volta secondo azionista del gruppo con circa il 10% del capitale. Partecipano anche il fondo sovrano di Abu Dhabi Adia con una quota pari al 20%, il Canada Pension Plan con il 17,5% e il fondo infrastrutturale italiano F2i con il 10%.

Cosa vuol dire questo? Maggior flessibilità commerciale e, dunque, chance di competere nel mercato domestico. A tendere saranno ovviamente prese in considerazione opportunità di partnership in relazione alle principali divisioni: Tim Consumer, Tim Enterprise e Tim Brasil.

Come funziona la rete Tim

Tim detiene e gestisce una rete di accesso primaria, in rame e fibra ottica, che serve i cabinet – gli armadietti lungo i marciapiedi – e i collegamenti ultra-broadband, cioè con accesso a internet con velocità superiori a 30 Mbps, dei clienti finali. Ma possiede anche la rete di accesso secondaria, anche questa sia in rame che in fibra ottica, che dai cabinet arriva nelle singole case degli italiani.

La rete di linea fissa in fibra e rame di Tim copre quasi l’89% delle famiglie in Italia. I cavi in fibra sono distribuiti nelle varie Regioni per più di 23 milioni di km.

Cosa cambia per i lavoratori Tim

Per quanto riguarda i lavoratori, più della metà della forza lavoro attuale sarà trasferita nella nuova società controllata dal fondo Usa. Ciò si traduce in circa 16mila dipendenti in Italia. Nelle prossime settimane verrà completato anche l’abbandono della sede storica in Corso d’Italia. I dipendenti si divideranno nelle altre sedi romane.

In termini specifici, infine, il debito sarà ridotto di 14 miliardi di euro. La fine di un’epoca, certo, ma anche l’inizio di un nuovo percorso, come ha illustrato Labriola.

Cosa cambia per gli utenti Tim, e per i competitor

Sul fronte mobile, vedremo Tim Consumer senza rete, WindTre e Iliad competere con Vodafone-Fastweb a partire dal primo trimestre del 2025. Una situazione che, allo stato attuale, potrebbe condurre a nuovi potenziali accordi.

Ci sono già stati colloqui tra Iliad e Tim, con quest’ultima avvicinatasi anche a Poste nei mesi scorsi. Sarebbe questa, forse, la soluzione meno problematica per quanto riguarda i rischi Antitrust. Occorre infatti tener conto delle quote di mercato mobile residenziale:

  • Tim – 21,9%;
  • Iliad – 15,9%;
  • PosteMobile – 5,9%.

Come detto, la fine di un’era ma questa svolta, per quanto rischiosa, sembrava davvero l’unica possibile. Con utili e ricavi in netto calo e ben 27 miliardi di euro di debiti accumulati, liberarsi del proprio asset principale non è la mossa suicida che potrebbe sembrare. Al netto dei tanti e dispendiosi sforzi per ristrutturare nel tempo il proprio business domestico.

L’intervento del governo ha dato l’approvazione alla cessione e, al tempo stesso, ha garantito alle casse una quota fino al 20% dell’asset. Il processo è chiaramente in essere e gli sviluppi ancora incerti. Ecco dunque la risposta a dir poco dubbiosa degli investitori: titolo crollato in borsa del 13,5% in un anno e appena +4% nell’ultimo trimestre, ovvero dalla presentazione del piano industriale a marzo 2024.