Opere pubbliche, addio divieti e stop alla burocrazia lenta: Meloni impone il “sì”

La bozza accelera i cantieri riducendo i tempi dei pareri e limitando il dissenso degli enti su ambiente, paesaggio e beni culturali

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Giorgia Bonamoneta

Giornalista

Nata ad Anzio, dopo la laurea in Editoria e Scrittura e un periodo in Belgio, ha iniziato a scrivere di attualità, geopolitica, lavoro e giovani.

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Il decreto legge Pnrr arriva a semplificare ulteriormente la gestione delle opere pubbliche, ma non è per forza una buona notizia. Nell’ultima bozza, elaborata nel Ministero per la pubblica amministrazione, si legge che sarà eliminato il potere di veto delle amministrazioni preposte alla tutela del territorio e dei beni culturali. Una semplificazione estrema, che è stata rinominata norma anti-veti. Lo Stato impone il sì alle opere pubbliche con l’obiettivo di velocizzare i tempi e arrivare a mettere il primo mattone.

I pareri dovrebbero essere gestiti, secondo la bozza, entro 30 giorni o al massimo 45 se sono in gioco tutela ambientale, paesaggistica, beni culturali, salute o incolumità pubblica. Inoltre il “no” all’autorizzazione non è più accettato: si dovranno aggiungere non solo le motivazioni, ma anche le istruzioni su come correggere gli errori e una stima dei costi per rispettare le prescrizioni. Sempre tutto in massimo 45 giorni.

Bozza decreto legge Pnrr

Troppi rallentamenti non piacciono, neanche se servono per garantire la qualità dei controlli. La parola d’ordine è: accelerare. Sulla carta è auspicabile che la burocrazia non sia tanto lenta da impedire la realizzazione di opere pubbliche necessarie; ma se dall’altra parte c’è un’estrema semplificazione, il rischio è che si possano commettere errori nelle procedure.

La bozza sembra andare in questa direzione, perché si chiede un’estrema accelerazione nei tempi rispetto alla modalità con cui questi enti lavorano. Il nuovo decreto legge Pnrr ricalca il modello della conferenza dei servizi accelerata, il meccanismo creato per l’emergenza pandemica nel 2020.

Lo scopo era quello di sbloccare i cantieri in un momento di crisi, non certo di farne uno strumento ordinario. Ora però viene inserito nella legge 241/1990. Secondo gli esperti le modifiche portano a un “ribaltamento totale della gerarchia procedurale che può eliminare i colli di bottiglia decisionali”.

Tempi ridotti: massimo 45 giorni per i pareri

Ha preso il nome di norma anti-veto e permette una contrazione dei tempi della burocrazia attraverso una serie di semplificazioni. Per esempio, per i pareri ordinari il termine massimo è di 30 giorni, mentre per pareri su opere sensibili come la tutela ambientale, la salvaguardia paesaggistica-territoriale, la protezione dei beni culturali, la salute o l’incolumità pubblica il tempo a disposizione sarà massimo 45 giorni. Saranno solo normative dell’Unione Europea a imporre, nei casi specifici, cadenze più lunghe.

Sulla carta, dicevamo, un proposito utile e anche realizzabile, per esempio con la digitalizzazione completa delle procedure per monitorare ogni fase del processo e impedire che i vari fascicoli rimangano fermi sulle scrivanie per troppo tempo.

Come funzionano le norme anti-veto

A fare la differenza sarebbero le nuove norme anti-veto, volute in risposta alla bocciatura per il Pont sullo Stretto. Lo Stato vuole evitare il “no” secco come parere.

Quindi, nel caso di un parere negativo, l’ente che esprime dissenso dovrà accompagnare il proprio parere con prescrizioni per correggere il progetto e ottenere il via libera in massimo 45 giorni.

L’amministrazione dovrà quindi spiegare perché quell’opera non è stata accettata. Interessante immaginare una collaborazione tra le parti, che vede l’ente diventare parte attiva nella progettazione. A questo viene infatti chiesto anche una possibile stima dei costi necessari per rispettare le nuove indicazioni.

Quali sono i rischi?

Tutto molto bello, ma non senza rischi. Per esempio, la richiesta della stima economica rappresenta un primo fattore critico. Basti pensare a due casi:

  • stima dei costi troppo alta: potrebbe rendere l’investimento non più conveniente e l’ente potrebbe essere accusato di violare il principio di sostenibilità finanziaria;
  • stima dei costi troppo bassa: potrebbe esporre l’ente ad accusare di violazione del suo compito di protezione del patrimonio pubblico.

Con questa mossa lo Stato cerca di accelerare sulle opere pubbliche e far lavorare un sistema spesso farraginoso, quasi sempre troppo lento e in molti casi respingente. Se tutto dovesse ingranare, però, questo nuovo sistema sarebbe davvero una svolta utile per modernizzare il Paese.