Rischio povertà in Italia, stipendio da 1.245 euro è la soglia minima

Lavorare e avere una busta paga non basta in Italia a evitare il rischio povertà: ecco come riconoscere una condizione di indigenza

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Luca Incoronato

Giornalista

Giornalista pubblicista e copywriter, ha accumulato esperienze in TV, redazioni giornalistiche fisiche e online, così come in TV, come autore, giornalista e copywriter. È esperto in materie economiche.

In Italia una importante fetta della popolazione è costretta a sopravvivere. Per riuscire a vivere, infatti, occorrerebbero degli stipendi adeguati al costo della vita, tutele e contratti in regola. Qualcosa che non viene garantito ovunque, con determinati settori ben più colpiti di altri.

In tanti riescono a mettere insieme uno stipendio completo suddiviso tra coniugi o partner. Un ritorno economico ben distante da quello dovuto per l’impegno in termini orari. A fronte degli aumenti dei costi del quotidiano, è mutata anche la soglia di povertà in Italia. L’asticella è oggi posta più in alto di quanto si possa pensare, stando ai dati Istat.

Rischio povertà

La cifra da cerchiare in rosso è: 1.245 euro. Parliamo di netto al mese in busta paga, che non basta a evitare il rischio povertà in questo Paese. È quanto si evince dai dati Istat.

Tante statistiche che, riassunte, propongono una vera e propria soglia ben precisa e concreta, sotto la quale un singolo cittadino, in assenza di altre forme di guadagno, può dirsi in difficoltà economica. Ciò vuol dire vivere di stipendio in stipendio, nella maggior parte dei casi, e quasi certamente non avere possibilità di risparmio. Viene dunque da chiedersi: cosa accade in caso di imprevisto gravoso?

Si parla di povertà lavorativa, ovvero di soggetti che non riescono a vivere dignitosamente, nonostante il loro impegno quotidiano. L’Italia si conferma ai primi posti in Europa sotto questo aspetto. Una statistica orribile che, stando a quanto evidenziato dall’Istat, è pari all’11,5%. Ecco la percentuale di soggetti occupati nel nostro Paese che versano in condizioni di difficoltà economiche. L’allarme diventa ancor più rosso se si guarda ai dipendenti in povertà assoluta, pari all’8,2%.

Cos’è il rischio povertà

In un sistema che funziona, chi non lavora e non ha rendite passive è povero o rischia di diventarlo. Un ragionamento estremamente elementare, che si scontra con un cortocircuito dei nostri tempi. Al giorno d’oggi non è più vera in maniera assoluta neanche l’equazione delle maggiori ore di lavoro che equivalgono a un maggior stipendio.

L’Istituto di statistica fornisce una definizione di rischio di povertà per gli occupati dai 18 anni in su. Lo si calcola all’interno di famiglie con reddito netto equivalente inferiore a una soglia relativa. Si tratta del 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito medio equivalente.

In parole povere, si fa riferimento al reddito mediano annuo in Italia, che nel biennio 2021-2022 si è attestato a 26.979 euro netti per famiglia. Il 60% corrisponde a 16.187 euro, ovvero 1.245 euro netti per 13 mensilità. Ecco la matematica dell’indigenza in questo Paese.

Un’analisi su tali dati, condotta da Money, evidenzia come il pericolo maggiore sia ovviamente per i nuclei composti da un solo membro lavorativo. La situazione cambia in caso di nuclei in cui più soggetti concorrono a generare reddito. In questi casi si tende a superare la soglia di povertà, pari a 16.187 euro annui, ma nelle pieghe del sistema ci si ritrova a osservare chi svolge impieghi full time, ben mascherati, per portare a casa, in due, una somma non molto superiore.

Povertà in Italia: i segnali

In queste statistiche trova ampio spazio l’analisi della questione meridionale. Le famiglie più in difficoltà sono infatti al Sud. L’ultimo rapporto Istat non può che confermare le differenze geografiche. Nel 2023 al Nord è rimasta stabile l’incidenza della povertà assoluta a livello familiare: 8,0%. Al Sud è più alta sia a livello familiare che a livello individuale: rispettivamente 10,3 e 12,1%.

Un fattore sintomatico di povertà è dato dalla grave deprivazione materiale. Si può parlare di condizione di indigenza quando si verificano almeno 4 segnali su 9:

  • bollette in arretrato;
  • affitto in arretrato;
  • mutuo in arretrato;
  • rata prestito in arretrato;
  • incapacità di riscaldare adeguatamente l’abitazione;
  • incapacità di sostenere spese impreviste di 800 euro.

In questo quadro trovano spazio poi anche privazioni come:

  • non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni (proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano);
  • non potersi concedere una settimana di vacanza all’anno lontano da casa;
  • non poter comprare un Tv a colori;
  • non poter comprare una lavatrice;
  • non potersi permettere un’automobile;
  • non potersi permettere un telefono.