Intelligenza artificiale, allarme sul credito: più capitali ai colossi, rischi per le imprese

Da Hong Kong il monito della vigilanza cinese: la concentrazione degli investimenti può rendere più costosi i finanziamenti agli altri settori.

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Donatella Maisto

Giornalista esperta in digital trasformation

Dopo vent’anni di esperienza in ambito legale e nelle risorse umane, si dedica all’informazione, alla ricerca e allo sviluppo. Scrive di economia e finanza, con particolare attenzione all’impatto delle tecnologie su imprese e risparmiatori

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Per un’impresa che deve acquistare un macchinario, il futuro si misura anche nella rata di un finanziamento. Per un gigante tecnologico, può significare costruire nuovi centri di calcolo. Sono esigenze diverse, ma entrambe richiedono capitali. Che cosa succede quando gli investitori concentrano sempre più risorse sull’intelligenza artificiale?

Oggi, al summit finanziario organizzato dalla Hong Kong Monetary Authority, Xiao Yuanqi, vicepresidente dell’autorità cinese di vigilanza finanziaria, ha sollevato il problema. Nel suo intervento ha evidenziato che la concentrazione degli investimenti nell’AI aumenta l’indebitamento dei protagonisti tecnologici e può rendere più oneroso il credito per le industrie tradizionali, indebolendone la capacità di investire. È un allarme sui rischi della trasformazione in corso, non la dimostrazione che ogni prestito più caro dipenda dall’AI.

Perché l’intelligenza artificiale richiede nuovi capitali

Dietro un servizio digitale ci sono infrastrutture fisiche: server, semiconduttori, edifici, collegamenti ed energia. Costruirle richiede investimenti anticipati rispetto ai ricavi che potranno generare.

Sempre a Hong Kong, Jon Gray, presidente di Blackstone, ha indicato la necessità di ulteriori raccolte di capitale per sostenere la crescita dell’AI. Blackstone è a sua volta un investitore nelle infrastrutture del settore: la sua lettura riflette anche questa posizione.

La dimensione del fenomeno emerge dai dati LSEG: nei primi nove mesi del 2026 la raccolta delle società tecnologiche dell’Asia-Pacifico ha raggiunto 125,8 miliardi di dollari, contro 36 miliardi un anno prima. Il dato riguarda l’intero comparto tecnologico, sostenuto anche dalle operazioni su semiconduttori e AI.

Azioni, obbligazioni e prestiti: il denaro segue strade diverse

Non esiste un unico salvadanaio dal quale attingono indistintamente una multinazionale e una piccola impresa. I canali di finanziamento hanno caratteristiche e vincoli differenti.

Come si finanzia un’impresa Che cosa comporta
Nuove azioni Riceve capitale dagli investitori, condividendo proprietà e risultati
Obbligazioni Si indebita sul mercato, impegnandosi a pagare interessi e rimborsare il capitale
Prestiti bancari Ottiene credito dopo una valutazione della capacità di rimborso e delle eventuali garanzie

Un’emissione di obbligazioni di un gruppo tecnologico non sottrae automaticamente un finanziamento a un’azienda italiana.

La competizione può, però, riguardare la disponibilità degli investitori ad assumere rischio, i rendimenti richiesti e le scelte delle banche. Queste ultime devono valutare quanto capitale impegnare e quali esposizioni sostenere. Per questo l’allarme sulla concentrazione merita attenzione, senza trasformarlo in un rapporto meccanico.

Che cosa dicono i dati europei sul credito

Un riscontro utile arriva dall’indagine BCE sul credito bancario, pubblicata il 27 ottobre, relativa al terzo trimestre del 2026.

Nell’area euro, il saldo tra banche che hanno irrigidito e allentato i criteri per i prestiti alle imprese è stato del 9%. Non significa che il credito sia diminuito del 9%: misura la prevalenza delle risposte degli istituti.

La BCE attribuisce l’irrigidimento, soprattutto, alla maggiore percezione dei rischi e alla minore disponibilità ad assumerli. L’indagine segnala, inoltre, attese di crescita dei finanziamenti per infrastrutture digitali, in particolare data center. La compresenza dei due fenomeni non dimostra che l’AI abbia causato la stretta.

L’Italia non segue esattamente la stessa direzione

Per le imprese italiane c’è una distinzione importante. Nel trimestre analizzato, i criteri di concessione del credito si sono allentati in Italia, mentre si sono irrigiditi in Francia e Germania. Nel nostro Paese ha contribuito la maggiore concorrenza tra banche, nonostante il peggioramento dei rischi percepiti.

Per il quarto trimestre, invece, gli istituti italiani intervistati prevedono un irrigidimento.

Questi dati impediscono di raccontare una fuga generalizzata del credito dalle aziende italiane verso i colossi tecnologici. La domanda concreta riguarda, piuttosto, le condizioni alle quali ciascuna impresa riesce a finanziarsi: interessi, garanzie, durata e disponibilità della banca.

Il rischio per chi investe nei grandi gruppi

Per i risparmiatori, la questione passa anche dai fondi che possiedono azioni o debito delle società impegnate nell’AI. Investimenti crescenti possono aprire opportunità, ma richiedono ricavi e flussi di cassa capaci di sostenerli.

Nello stesso summit, il vertice di Goldman Sachs ha richiamato il rischio di perdite e l’importanza della diversificazione, pur riconoscendo la capacità delle aziende più solide di raccogliere capitali.

La diversificazione del portafoglio va, quindi, letta guardando alle esposizioni effettive: possedere più fondi non esclude che molti investano negli stessi gruppi.

La crescita dell’intelligenza artificiale riuscirà a produrre benefici abbastanza diffusi da sostenere anche il resto dell’economia? Per chi dirige un’impresa o investe i propri risparmi, contano i risultati: accesso al credito, sostenibilità dei debiti e capacità di trasformare gli investimenti in reddito.