Inflazione USA sotto le attese, CPI al 3,5%: Fed e Borse respirano

I prezzi americani rallentano più del previsto a giugno, con il CPI in calo dello 0,4% sul mese e il dato core fermo. Il mercato scommette su una Fed meno aggressiva, mentre le banche entrano nella stagione decisiva dei conti.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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L’inflazione americana rallenta più del previsto e diventa il vero market mover della giornata. A giugno il CPI è salito del 3,5% su base annua, in frenata dal 4,2% di maggio, mentre su base mensile ha segnato un calo dello 0,4%. È la flessione mensile più ampia dall’aprile 2020 e arriva soprattutto grazie al raffreddamento dell’energia.

Il dato core, depurato da alimentari ed energia, offre un segnale ancora più importante per la Federal Reserve: +2,6% annuo e variazione nulla sul mese. È il numero che il mercato guarda con maggiore attenzione, perché misura la parte più persistente dell’inflazione e può orientare le prossime scelte sui tassi.

Per gli investitori è una notizia distensiva. Dopo giorni segnati da petrolio in rialzo, tensioni su Hormuz e timori sui prezzi, il CPI dà spazio a una lettura meno aggressiva della Fed. Wall Street ha infatti aperto con S&P 500 e Nasdaq in rialzo, mentre il mercato riduce il timore di una nuova stretta immediata.

Energia e benzina, il sollievo può essere temporaneo

Il raffreddamento dei prezzi arriva, però, da una componente fragile. L’indice energia è sceso del 5,7% a giugno e la benzina del 9,7%, contribuendo in modo decisivo alla frenata del CPI. Su base annua, però, l’energia resta in aumento del 15,7% e la benzina del 26,7%.

Il calo di giugno fotografa una fase precedente al nuovo rialzo del petrolio e al ritorno delle tensioni nel Golfo. Se il Brent resterà vicino ai massimi delle ultime settimane, una parte del sollievo potrebbe ridursi nei prossimi mesi, riaprendo il tema dell’inflazione energetica.

Banche USA e semestrali italiane, il test passa dai margini

Il CPI arriva nello stesso giorno dei conti delle grandi banche di Wall Street. JPMorgan ha registrato un utile record da 21,2 miliardi di dollari, sostenuto da investment banking e trading, mentre il mercato guarda anche ai risultati di Goldman Sachs, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo. Il settore finanziario diventa così il secondo grande termometro della giornata.

Per le banche il dato sull’inflazione ha una doppia lettura. Da un lato, tassi meno aggressivi riducono il rischio macroeconomico e possono sostenere credito, consumi e qualità degli attivi. Dall’altro, un percorso più morbido dei rendimenti può comprimere una parte delle aspettative sui margini d’interesse, dopo anni in cui il settore ha beneficiato del rialzo dei tassi.

La stessa lettura vale per l’Italia, dove il mercato si prepara alla stagione delle semestrali bancarie. Gli investitori guarderanno soprattutto a margine d’interesse, commissioni, raccolta, costo del rischio, CET1, dividendi e buyback. Il CPI USA sotto le attese può aiutare i BTP e il sentiment generale, ma le banche italiane dovranno dimostrare che redditività e qualità del credito restano solide anche in una fase di possibile normalizzazione dei tassi.

Piazza Affari tra banche, utility ed energia

Per Piazza Affari il segnale è positivo, ma non uniforme. I BTP possono beneficiare di una lettura più distensiva sui tassi, mentre le utility trovano sollievo se il costo del capitale smette di salire. Sono società che finanziano investimenti rilevanti in reti, energia e infrastrutture, quindi restano molto sensibili ai movimenti dei rendimenti.

Le banche, invece, entrano in una fase più selettiva. Il mercato non guarderà soltanto agli utili, ma alla qualità degli utili. Margine d’interesse, commissioni, raccolta e copertura dei crediti deteriorati saranno le variabili decisive per capire se il settore può continuare a sostenere Piazza Affari.

Anche l’energia resta sotto osservazione. Il calo di benzina ed energia nel CPI americano ha favorito il dato di giugno, ma il nuovo rialzo del petrolio può cambiare rapidamente la fotografia. Eni e Saipem restano quindi legate al Brent, mentre il resto del listino guarda soprattutto a tassi, BTP e aspettative sulla crescita.

Il CPI riapre spazio ai mercati, ma non chiude il test

L’inflazione USA di giugno offre una boccata d’ossigeno ai mercati. Il CPI al 3,5%, il calo mensile dello 0,4% e il dato core fermo riducono la pressione sulla Fed e migliorano la lettura per Borse e bond. Per l’Italia, il primo riflesso passa da BTP, banche e settori sensibili ai tassi.

Il dato, però, non chiude la partita. Energia, petrolio, trimestrali americane e semestrali bancarie italiane diranno se il rallentamento dell’inflazione è abbastanza solido da sostenere una fase più favorevole per i mercati. La giornata cambia tono, ma il test resta aperto.

Per questo il CPI USA non è solo una statistica macroeconomica. È il numero che collega Fed, Wall Street, BTP, banche italiane e risparmiatori. E oggi quel numero offre ai mercati un segnale di sollievo.