Lo sport in Italia non è più solo una questione di medaglie o benessere fisico, ma un asset economico di primo piano. Secondo l’ultimo Rapporto Sport 2025, voluto dal Ministro per lo Sport e i Giovani e curato dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale e Sport e Salute, il settore genera un valore aggiunto di 32 miliardi di euro, contribuendo per l’1,5% al PIL nazionale e dando lavoro a 421mila persone.
Tuttavia, dietro questi numeri positivi si nasconde un’infrastruttura fragile, datata e profondamente sbilanciata geograficamente: su oltre 78.000 impianti, circa il 40% è costituito da strutture datate (anni ’70-’80) e bisognose di riqualificazione. Si riscontrano disparità territoriali (Nord-Sud) e carenze scolastiche, con il 59,3% delle scuole senza palestra, rendendo urgente un piano nazionale di rigenerazione.
Indice
Il paradosso delle infrastrutture: ferme agli anni ’80
Il Censimento Nazionale dell’Impiantistica Sportiva fotografa un patrimonio vasto ma obsoleto: parliamo di 78mila impianti e 144mila spazi sportivi. Il 70% è di proprietà pubblica, con i comuni in prima linea. Oltre il 40% degli impianti risale agli anni Settanta e Ottanta, con un picco di costruzioni nel periodo 1980–1989 in quasi tutte le regioni, spesso in concomitanza con grandi eventi sportivi.
Solo il 2% degli impianti è stato costruito dopo il 2020 e, di questi, la stragrande maggioranza (80%) è costituita da playground, strutture leggere che non possono sostituire i grandi complessi polivalenti necessari per l’alto livello e la sostenibilità economica.
Un dato che evidenzia la necessità di interventi urgenti di riqualificazione e ammodernamento, soprattutto in termini di sicurezza, accessibilità ed efficienza energetica. Non a caso, sul fronte della sostenibilità, solo l’11% degli impianti attivi dichiara di utilizzare fonti rinnovabili, un dato fermo ai livelli del 2020 che espone le strutture alla volatilità dei costi energetici, mettendo a rischio la tenuta dei bilanci delle associazioni dilettantistiche.
La situazione al Sud: meno impianti e più abbandono
Il divario territoriale resta la ferita aperta del sistema sportivo italiano. Mentre il Nord domina per numero di progetti e dinamismo, al Sud la situazione è critica. Se a livello nazionale la dotazione media è di 1,38 impianti ogni 1.000 abitanti, nelle regioni del Sud il dato scende a 1,14, segnalando una disponibilità di strutture sensibilmente più limitata. A pesare non è solo la minore presenza di impianti, ma anche il loro stato di utilizzo: il tasso di inattività nel Mezzogiorno raggiunge infatti punte del 19%, a fronte di una media nazionale dell’8%.
In termini concreti, quasi un impianto sportivo su cinque nelle regioni meridionali esiste sulla carta, risultando di fatto inutilizzabile per cittadini, associazioni e società sportive. Una condizione che contribuisce ad ampliare il gap infrastrutturale e sociale tra le diverse aree del Paese, incidendo sulle opportunità di accesso allo sport e sulla qualità dei servizi offerti alle comunità locali.

Pubblico protagonista, ma cresce il privato
Come abbiamo visto, il 70% degli impianti è di proprietà pubblica. I Comuni rappresentano il fulcro del sistema, con il 91% delle strutture pubbliche di loro proprietà. Il privato svolge però un ruolo non marginale, soprattutto in alcuni territori, come il Lazio, dove contribuisce a colmare i vuoti dell’offerta pubblica. Tra i soggetti privati, una quota rilevante (32%) è rappresentata dalle istituzioni religiose.
Dal punto di vista dei contesti, il 54% degli impianti attivi è costituito da strutture prettamente sportive, il 22% da scuole, il 15% da playground e l’8% da strutture parrocchiali, con presenze minori di impianti turistico-alberghieri e militari.
Quanto alle caratteristiche tecniche, circa un terzo degli impianti è monovalente all’aperto, mentre seguono, con percentuali simili (21% ciascuno), le strutture polivalenti al chiuso e quelle polivalenti all’aperto.
Il ritorno sociale degli investimenti
Accanto alle criticità infrastrutturali, il rapporto mette in luce il peso economico e sociale del settore sportivo. In termini di produttività e occupazione, lo sport genera fino a 32 miliardi di euro di valore aggiunto, pari all’1,5% del Pil, e dà lavoro a circa 421mila persone. Ancora più rilevante il ritorno sociale degli investimenti: i progetti infrastrutturali finanziati da ICS registrano un ritorno sociale superiore a 4,8, mentre quelli legati ai progetti sociali e ad alcune aree arrivano a 8,42. In pratica, ogni euro investito può trasformarsi in oltre otto euro di benefici per la comunità, confermando lo sport come potente leva di coesione, inclusione e rigenerazione urbana.
“Lo sport non è più un settore accessorio, ma parte integrante dell’impegno di governo per migliorare la qualità della vita”
ha dichiarato il ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi, sottolineando come il “modello Italia” stia evolvendo verso una dimensione sempre più orientata all’innovazione e alla rigenerazione.
Le sfide dei prossimi anni
Tra le principali novità dell’edizione 2025 del rapporto figurano le Schede regionali, uno strumento pensato per supportare le politiche pubbliche e orientare in modo più efficace gli investimenti sul territorio. Un passaggio chiave in vista delle grandi sfide che attendono il Paese: dalla modernizzazione di un patrimonio impiantistico datato alla riduzione dei divari territoriali, fino alla sostenibilità ambientale.
Con pochi mesi alla consegna delle candidature per Euro 2032, il messaggio che emerge dal rapporto è chiaro: l’Italia ha una base solida su cui costruire, ma servono interventi mirati, continui e coordinati per trasformare quantità e diffusione in qualità, efficienza e inclusione.