I numeri dicono che l’economia della salute vale circa il 3,3% del Pil europeo. In questo senso, l’industria farmaceutica investe circa 55 miliardi in Ricerca& Sviluppo, con l’Italia che investe 2 miliardi ed è seconda in Europa per produzione, pur se a fronte di performance non proprio ottimale nel vecchio continente quando si parla di soluzioni innovative.
Bastano queste cifre per comprendere quanto e come sia importante rendere l’innovazione accessibile. A ricordarlo sono gli esperti in occasione dell’evento “Dialoghi sull’Innovazione accessibile – Innovaction”, promosso da Adnkronos e GSK, con il patrocinio di Farmindustria.
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Puntare verso l’obiettivo
L’incontro capitolino ha riunito istituzioni, imprese ed esperti per un confronto “a più voci” sul futuro dell’economia della salute e sul ruolo cruciale dell’innovazione sostenibile e disponibile per i cittadini. Certo è che la scelta va oltre il solo comparto sanitario, andando a toccare panorami economici, industriali e geopolitici. L’importante è superare alcuni gap, tenendo presente che l’innovazione in sanità produce valore solo se riesce a trasformarsi in accesso reale, ovvero propone prevenzione, diagnosi e cure che arrivano alle persone nei tempi giusti.
In questo senso, “innovazione accessibile” significa vantaggi simultanei per la salute dei cittadini e per la competitività del Paese: riduzione del carico di malattia, migliore qualità di vita, maggiore produttività e una spinta alla crescita. Il tema assume inoltre un rilievo strategico in un contesto globale in rapida trasformazione. Il settore farmaceutico – dinamico e altamente innovativo – rappresenta uno degli asset industriali più solidi per posizionare Italia ed Europa nella competizione internazionale, anche alla luce del duopolio tecnologico e industriale USA–Cina. È un settore capace di attrarre investimenti, creare occupazione qualificata e valorizzare filiere avanzate, dalla ricerca alla produzione.
Il valore dell’economia della salute
I numeri confermano la centralità del comparto. In Europa, l’economia della salute genera 1,5 trilioni di euro di valore aggiunto e contribuisce al 3,3% del PIL europeo. Sul fronte dell’innovazione, la spesa farmaceutica in Ricerca & Sviluppo raggiunge 55 miliardi di euro, con l’Europa tra i principali poli di investimento:
- Regno Unito (10,2 mld)
- Germania (9,9 mld)
- Svizzera (9,2 mld)
- Italia (2,0 mld).
In questo scenario, l’Italia si conferma un player di primo piano: è seconda in Europa dopo la Germania, con 411 aziende e 56 miliardi di valore di produzione, e un impatto occupazionale complessivo che arriva a 950.000 addetti. Insomma: il settore opera e lavora, incidendo sulla traiettoria di sviluppo del Paese. Anche perché – come ricordato nel corso dei lavori – 1 euro investito in salute genera tra 2 e 4 euro di ritorno in PIL: investire in salute significa investire nel “Sistema Paese”.
Certo è che fare innovazione in salute produce effetti multipli e simultanei. Il primo è il miglioramento della salute generale della popolazione. Il secondo riguarda una delle grandi sfide dei Paesi industrializzati: il cambiamento demografico. L’allungamento della vita e l’aumento della cronicità impongono pressioni sulla sostenibilità dei sistemi sanitari e, parallelamente, rischiano di comprimere il PIL attraverso costi maggiori e minore produttività. L’innovazione – soprattutto quando è accessibile – aiuta invece a sostenere l’invecchiamento attivo, a ridurre ospedalizzazioni e complicanze, a contenere l’assistenza di lungo periodo e a mantenere le persone in salute più a lungo.
L’effetto economico è diretto: più produttività, maggiore competitività, più capacità di attrarre investimenti esteri, in particolare in settori ad alta intensità di conoscenza.
Disegnare il futuro
Dall’evento romano rimbalza la necessità di un salto di qualità: evolvere i sistemi sanitari cogliendo le migliori esperienze già sperimentate nei diversi Paesi, e utilizzare come opportunità il nuovo European Governance Framework per costruire politiche più coerenti e orientate ai risultati.
Ovviamente conta anche l’esigenza di definire criteri di innovazione e premialità che sostengano lo sviluppo continuo della ricerca e della produzione industriale in Italia e in Europa. Un passaggio considerato decisivo per attrarre investimenti e consolidare la capacità produttiva e scientifica, rendendo l’Europa non solo un mercato, ma un hub competitivo globale.
Un altro nodo riguarda l’organizzazione: parti del Servizio sanitario sono state progettate per bisogni e condizioni demografiche del passato. Oggi, l’arrivo di nuovi farmaci e vaccini e i loro effetti potenziali su salute ed economia richiedono un ripensamento di percorsi, servizi e modelli di presa in carico, affinché l’innovazione diventi davvero un fattore di sostenibilità.
Infine, occorre ricordare che la sostenibilità si misura anche nei tempi. Sul tema dell’accesso all’innovazione sostenibile, è stato richiamato un confronto europeo. La Francia non è il Paese più rapido, ma è indicata come il più strutturato nel garantire l’accesso: l’accesso può essere assicurato in 80 giorni dalla richiesta, contro una media di 527 giorni dalla registrazione EMA per altri prodotti. In Italia, il tempo medio di accesso ai nuovi farmaci è pari a 424 giorni, un dato che segnala la necessità di accelerare e semplificare.
In questo contesto, GSK si propone come player primario, a partire dal contributo industriale nel nostro Paese: due centri di ricerca e due stabilimenti considerati centri di eccellenza (a Siena e Parma), con 4.200 addetti che diventano quasi 9.000 occupati includendo indiretti e indotto. Nel 2024, GSK ha investito 324 milioni di euro in produzione e ricerca – circa l’8% dell’investimento totale delle farmaceutiche in Italia – e 172 milioni nella sola R&S, pari al 7,5%dell’investimento del settore in questo ambito. Un terzo del fatturato è destinato all’export. a 1.065 milioni di euro. Nel 2024, inoltre, GSK ha condotto 88 studi clinici in Italia.