Da Gianni Celeste a TikTok: storia ed economia del neomelodico napoletano

Come un trend di TikTok riesce a rendere virale una canzone di trentaquattro anni prima: QuiFinanza analizza il fenomeno di "Povero gabbiano".

Cosa succede quando una canzone neomelodica diventa virale 34 anni dopo la sua uscita? Innanzi tutto compaiono oltre 70mila video su TikTok a opera di ragazzi che all’epoca della release neanche erano nati. Poi, i loro genitori – seduti in ufficio – la fischiettano per tutto il giorno contagiando i colleghi attorno. Infine, quella stessa traccia – che prima contava soltanto poche decine di migliaia di streaming su Spotify – arriva a totalizzare quasi un milione di streaming in meno di 48 ore.

Non sappiamo se ci possa essere anche un ritorno economico (di nuova popolarità sicuramente sì) ma al momento in cui scriviamo “Tu comm’a mme” – altrimenti nota come “Povero gabbiano” – ha totalizzato 850 mila ascolti su Spotify. Un numero così alto, totalizzato in pochissimo tempo, che ha convinto Gianni Celeste ha realizzare una nuova versione del brano, come ha confessato a QuiFinanza.

A proposito di Spotify, è interessante analizzare il modello di remunerazione. Facendo l’esempio di un artista che ha totalizzato 2 milioni di ascolti, non diventa certo ricco ma qualche soddisfazione se la toglie. Spotify fissa infatti a 0,004 dollari la quota che versa agli artisti per ogni stream sulla piattaforma, per cui 2 milioni di ascolti corrispondo all’equivalente di 8 mila euro

Non ci si può ovviamente fermare qui con l’analisi, perché esistono numerose altre fonti di guadagno oltre a Spotify. Una di queste è senza dubbio Apple Music, che oltretutto paga nettamente di più le royalties, arrivando a quote che sfiorano gli 0,01$/stream. Purtroppo a differenza di Spotify, i dati sugli streaming non vengono resi pubblici, rendendo impossibile calcolare i guadagni diretti sulla piattaforma. YouTube invece fissa il tasso di pay per view della piattaforma a 0,001$.

Tornando al caso di Gianni Celeste, è impossibile poi quantificare gli aspetti intangibili che la viralizzazione di “Povero gabbiano” può aver portato (e porterà) all’artista. Sicuramente un boost di followers sui suoi canali social, che attualmente ammontano a 320mila su Facebook, 120mila su Instagram e 65mila su Tik Tok. Inoltre, un valore maggiore delle sue collaborazioni con altri artisti, che già negli anni precedenti lo hanno portato a duettare con Clementino nel brano “Stella do’ cielo“ e ad approdare addirittura su Canale 5 come ospite dello show “Felicissima sera” di Pio e Amedeo.

Inoltre, la celebrazioni della carriera dell’artista – come quella da parte di Spotify, che ha deciso di dedicargli la playlist “This is Gianni Celeste” – hanno senza dubbio un indotto sulla principale economia della musica neomelodica, quella dei live e delle ospitate. Secondo un racconto del quotidiano spagnolo El Pais, si tratta di un’economia che vale circa 200 milioni di euro all’anno. Nonostante l’industria discografica e le royalties siano pressoché inesistenti, i neomelodici guadagnano principalmente in occasione di matrimoni, battesimi e compleanni.

Per comprendere al meglio dove questa economia locale affonda le radici, bisogna guardare ai primi anni di vita delle tv locali, quelli in cui le leggi sul pluralismo iniziano ad imporre la creazione di una programmazione propria, a scapito dei medesimi telefilm e cartoni animati. In questo scenario nascono i programmi musicali neomelodici, che per conquistare il pubblico femminile – e magari convincerlo anche a telefonargli in diretta – mandano continuamente in onda dei piacenti giovani che cantano canzoni d’amore.

Andrà così fino al 2008, quando l’antitrust impone nette restrizioni alle numerazioni telefoniche a sovrapprezzo. È in questo preciso momento che il business del neomelodico si sposta sugli eventi fisici, e per la prima volta esce dai confini della città di Napoli e della Campania. Per non rientrarvi mai più.