Pnrr, 4,2 miliardi per i beni culturali ma l’occupazione resta fragile

I fondi del Pnrr sono arrivati anche infrastrutturale del patrimonio artistico locale, ma va ancora male sul fronte occupazione

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha rappresentato una delle principali fonti di investimento pubblico nel sistema culturale italiano degli ultimi decenni. Musei, borghi storici, archivi e siti archeologici sono al centro di un ampio programma di interventi che punta a valorizzare il patrimonio e renderlo più accessibile.

L’obiettivo dichiarato è di migliorare la fruizione dei luoghi della cultura e rafforzare il contributo economico del settore, anche in termini di lavoro.

Tuttavia, se da un lato gli investimenti stanno sostenendo il comparto dopo gli anni difficili della pandemia, dall’altro l’impatto sull’occupazione nel lungo periodo non sembra essere cambiato in positivo. Molti interventi riguardano infatti infrastrutture, digitalizzazione o riqualificazione degli spazi, con effetti indiretti e spesso temporanei sul mercato del lavoro.

Pnrr, quanti investimenti e come sono distribuiti

Gli investimenti del Pnrr destinati alla cultura ammontano a circa 4,2 miliardi di euro, gestiti tutti direttamente dal Ministero della Cultura.

Le risorse sono concentrate su alcuni ambiti strategici:

  • oltre 1 miliardo di euro per aumentare l’attrattività dei borghi storici;
  • 800 milioni devoluti alla messa in sicurezza e restauro dei luoghi di culto;
  • 600 milioni per la tutela dell’architettura e del paesaggio rurale;
  • 500 milioni per la digitalizzazione del patrimonio culturale.

In totale i progetti finanziati sono stati quasi 15mila, distribuiti in 2.597 comuni italiani, con una concentrazione significativa nelle grandi città e nelle regioni con forte patrimonio culturale come Lazio, Campania e Sicilia.

Il Pnrr è stato avviato nel 2021 e dovrà essere completato entro il 30 giugno 2026, termine entro il quale dovranno essere conclusi i lavori e rendicontate le spese.

Quanti fondi del Pnrr sono stati spesi e come

Il monitoraggio di Openpolis mostra che l’avanzamento dei progetti del Pnrr nel settore culturale procede con difficoltà. Al 30 novembre 2025 il Ministero della Cultura aveva speso solo il 27,4% delle risorse previste dal piano, un dato che non indica che i progetti siano conclusi.

Nel Pnrr esistono 3 livelli di avanzamento:

  1. fondi assegnati ai progetti;
  2. spesa effettuata o in corso d’opera;
  3. interventi completati.

Quando si parla di circa 27-29% di spesa si fa riferimento ai pagamenti già effettuati per progetti in corso, non alla loro conclusione. Molti interventi, come restauri, digitalizzazione e riqualificazione dei siti culturali, vengono infatti pagati progressivamente, in base allo stato di avanzamento dei lavori.

Il calendario europeo impone comunque scadenze precise. Tutti i 14.938 progetti che hanno avuto accesso ai fondi del Pnrr dovranno essere stati completati entro il 30 giugno 2026, mentre gli Stati membri dovranno raggiungere tutti gli obiettivi intermedi entro il prossimo agosto. I pagamenti finali della Commissione europea sono previsti entro la fine di quest’anno, salvo proroghe per ora non annunciate..

Il Pnrr ha risollevato l’occupazione dei professionisti dei Beni Culturali?

L’impatto del Pnrr sul lavoro culturale si inserisce in un contesto già complesso. Secondo i dati della European Labour Force Survey, nel 2023 in Italia lavoravano nel settore culturale circa 825.100 persone, pari al 3,5% degli occupati totali.

La struttura demografica di questa forza lavoro evidenzia caratteristiche tipiche del comparto:

  • 55% uomini e 45% donne;
  • 75% degli occupati tra 30 e 59 anni;
  • solo il 13% dei lavoratori ha meno di 30 anni.

Negli ultimi anni l’occupazione culturale è cresciuta leggermente, con un incremento del 7% nel biennio 2021-2023, tornando rapidamente ai livelli precedenti la pandemia.

Tuttavia, non si può affermare che il Pnrr abbia risollevato le sorti dell’industria culturale, in nessuno dei suoi comparti. Lo dimostrano le contrattualizzazioni (involontariamente) precarie, che arrivano fino al 46% dei lavoratori impiegati, rispetto al 31,7% dei colleghi europei.

In Italia con la cultura non si mangia

Se si confrontano i dati italiani con quelli europei emerge un quadro ancora più chiaro. Nel 2023 l’occupazione nel settore culturale rappresentava il 3,5% degli occupati in Italia, mentre la media dell’Unione europea era circa il 3,8%. Questo colloca l’Italia al ventesimo posto nella classifica europea, dietro diversi Paesi con un peso maggiore delle professioni culturali sul totale dell’occupazione.

Un’altra caratteristica distintiva riguarda la struttura dei contratti. Nel settore culturale italiano la quota di lavoratori autonomi e freelance è molto elevata e raggiunge circa il 46% degli occupati. Anche quando è la macchina pubblica a reclutare personale si rischia di essere pagati in visibilità.

Nonostante i fondi del Pnrr siano uno strumento di investimento importante, i dati sull’occupazione mostrano una contraddizione insanabile tra un immenso patrimonio da conservare e divulgare e l’apparente impossibilità di reclutare in modo stabile professionisti e manodopera qualificata che se ne prenda cura.