Lavoro, prestazioni occasionali in crescita: flessibilità come scelta o precarietà imposta?

In Italia il lavoro precario negli ultimi 20 anni è aumentato, come risposta all'incertezza del sistema economico, e non è una buona notizia

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Negli ultimi vent’anni il mercato del lavoro italiano è dovuto diventare sempre più flessibile. Accanto ai contratti tradizionali sono cresciute forme di impiego temporaneo, collaborazioni e prestazioni occasionali. Secondo l’Inps, nel 2024 i lavoratori pagati con contratto di prestazione occasionale erano circa 19.000 al mese, con un compenso medio intorno ai 240 euro mensili.

Il fenomeno della flessibilità riguarda però soprattutto i contratti a termine. In Italia circa il 16-17% dei lavoratori dipendenti ha un contratto temporaneo, una quota superiore alla media dei primi anni Duemila. Nel complesso, oltre 3 milioni di persone lavorano con contratti non permanenti.

Proveremo a indagare in che misura il lavoro flessibile sia una scelta dei lavoratori oppure uno strumento con cui le imprese trasferiscono sui dipendenti parte dei rischi dell’attività economica.

Il dualismo del mercato del lavoro

Il tema è stato analizzato in uno studio europeo che descrive un mercato del lavoro sempre più diviso tra lavoratori con contratti permanenti e una fascia crescente di occupati con contratti temporanei o precari.

In Italia questa segmentazione è molto evidente. I contratti a termine riguardano soprattutto giovani e donne. Secondo i dati dell’Eurostat, nel 2023 oltre il 55% dei lavoratori tra i 15 e i 24 anni aveva un contratto temporaneo, una delle percentuali più alte in Europa.

Tra le donne la quota è più bassa ma comunque significativa: circa il 17% delle lavoratrici è impiegato con contratti a termine, spesso in settori come servizi, turismo o commercio.

Alla precarietà dei contratti si aggiunge quella dell’orario di lavoro. In Italia oltre il 60% delle donne che lavorano part-time lo fa involontariamente, perché non trova un impiego a tempo pieno.

Per molti lavoratori, quindi, la flessibilità non è una scelta ma una condizione necessaria per restare nel mercato del lavoro.

Il Jobs Act e l’aumento della flessibilità

Il tema della flessibilità è diventato centrale con la riforma del lavoro del 2014-2015, il Jobs Act, il primo organico provvedimento dopo la crisi del 2008. Uno studio di Fana, Guarascio e Cirillo ha analizzato gli effetti di quella riforma sul mercato del lavoro italiano.

Nel 2015, grazie anche agli incentivi contributivi per le nuove assunzioni, i contratti a tempo indeterminato erano cresciuti rapidamente, con un aumento di oltre il 40% rispetto al 2014. Tuttavia gran parte di questo aumento era legata agli sgravi fiscali. Molte imprese avevano trasformato contratti temporanei già esistenti in contratti permanenti per beneficiare degli incentivi. Quando gli sgravi sono stati ridotti negli anni successivi, il numero di nuove assunzioni stabili è tornato a diminuire.

Ma nel frattempo le forme di lavoro flessibile avevano continuato a crescere. Tra il 2015 e il 2018 il numero dei contratti a termine è aumentato di circa 700.000 unità, segno che quella riforma stava rendendo il mercato del lavoro complessivamente più flessibile.

L’assunzione a tempo indeterminato è un rischio per le imprese

Un altro elemento indicativo emerge da uno studio della Banca d’Italia. La ricerca analizza il modo in cui le imprese reagiscono alle norme sui licenziamenti. In Italia le aziende sopra i 15 dipendenti sono soggette a regole più stringenti, e proprio per questo tendono a utilizzare contratti temporanei o flessibili per ridurre il rischio di errate assunzioni permanenti.

Secondo lo studio, le riforme pur orientate alla deregulation degli ultimi anni hanno attenuato solo parzialmente questo comportamento. La probabilità che un’impresa utilizzi contratti temporanei diminuisce di circa 2-3 punti percentuali, ma resta comunque più alta rispetto alle aziende più piccole.

In altre parole, il lavoro flessibile continua a essere uno strumento utilizzato dalle imprese per gestire l’incertezza economica e la variabilità della domanda.

Chi paga il costo della precarietà

I numeri mostrano che gli incentivi pubblici possono aumentare solo temporaneamente le assunzioni stabili. Nel frattempo, la diffusione dei contratti temporanei ha conseguenze sociali rilevanti. I dati mostrano che le categorie più esposte alla precarietà sono giovani e donne, che hanno più probabilità di lavorare con contratti a termine o part-time involontario, con tutto quel che comporterà un domani a livello pensionistico.

Il risultato è un mercato del lavoro  più instabile, con carriere frammentate, redditi meno prevedibili e una parte crescente del rischio economico trasferita dai datori di lavoro ai lavoratori.