Lavoro al tempo dell’AI, fuga dei dipendenti verso la libera professione: si guadagna meglio

Un sondaggio Shakers rivela l'esodo dei lavoratori tech verso la partita Iva: con l'AI la produttività rende di più da liberi professionisti

Foto di Emanuela Colatosti

Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

4 min di lettura

Chiedi a QuiFinanza

I ritmi di lavoro sono sempre più alti e l’intelligenza artificiale ha solo fatto da acceleratore. Ben lungi dall’essere un mero strumento, sta trasformando le necessità e le richieste dei lavoratori.

L’aumento di efficienza generato dalle macchine non è indifferente al tipo di contratto occupazionale: chi lavora da dipendente e chi vende la sua prestazione professionale da autonomo vivono due esperienze molto diverse dell’intelligenza artificiale.

Quanto è diffuso l’uso dell’AI e quanto aumenta la produttività

I dati forniti dall’indagine State of AI Builders in Europe, condotta da Shakers su un campione di oltre 1.000 esperti del settore tech in 20 Paesi europei, tracciano un quadro netto dell’adozione tecnologica:

  • il 50% dei professionisti attribuisce all’uso dell’AI un incremento della propria produttività superiore al 25%;
  • sul fronte economico, nell’ultimo anno le tariffe dei freelance sono cresciute in media del 25%, a fronte di un adeguamento degli stipendi dei dipendenti che si è fermato al 9%.

Cosa frena la produttività dei dipendenti

La ragione di questo divario di soddisfazione risiede nei meccanismi con cui le organizzazioni assorbono i guadagni di tempo derivanti dalle nuove tecnologie. Tenendo conto che solo in Italia si arriva all’87% di lavoratori del mondo tech ad aver integrato l’uso di AI, per quelli contrattualizzati come dipendenti l’implementazione di intelligenza generativa non si sta traducendo in incentivi economici o riduzioni dell’orario. Il 65% dei dipendenti dichiara infatti di non percepire alcun compenso o bonus aggiuntivo a fronte del tempo risparmiato, che finisce riassorbito dall’azienda attraverso l’aumento dei carichi di lavoro, la gestione burocratica e la proliferazione di riunioni.

Al contrario, la libera professione riesce a convertire l’efficienza algoritmica in valore diretto. Il 68% dei freelance dichiara di monetizzare l’incremento di produttività ampliando la base clienti e riducendo le ore lavorate a parità di fatturato. Inoltre, un quarto dei liberi professionisti individua proprio nelle competenze legate all’AI il fattore determinante per l’aumento dei propri compensi, un elemento che incide solo per il 10% tra i dipendenti, le cui retribuzioni restano ancorate a scatti di anzianità o dinamiche di carriera interne.

Perché i lavoratori dipendenti scelgono di non dichiarare l’uso di AI

A pesare sull’esperienza lavorativa è anche il differente livello di libertà nella gestione di orari, progetti e strumenti digitali.

Misurando l’autonomia operativa su una scala da 0 a 100, la forbice tra freelance e dipendenti è contenuta: i primi raggiungono un punteggio medio di 68, mentre i secondi si fermano a 54. La distanza si allarga nella scelta delle tecnologie da adottare: il 61% dei liberi professionisti seleziona i tool di AI in autonomia, mentre tra i dipendenti la quota scende al 46%, con un 24% di lavoratori vincolato da rigide disposizioni o divieti aziendali.

Indicatore di autonomia e gestione Freelance Dipendenti
Punteggio medio di autonomia complessiva 68 / 100 54 / 100
Adozione autonoma dei tool di AI 61% 46%
Scelte tecnologiche vincolate da direttive aziendali N.D. 24%

La generale rigidità delle burocrazie aziendali, unita al timore che il risparmio di tempo porti a un aumento del carico di lavoro, alimenta il fenomeno dell’AI clandestina. L’indagine evidenzia infatti che un lavoratore tech su quattro nasconde deliberatamente a datori di lavoro o committenti l’uso dell’intelligenza artificiale.

I timori di penalizzazioni da parte delle aziende risultano in realtà infondati: solo nel 6% dei casi chi dichiara l’uso dell’AI subisce contestazioni sulle ore lavorate o ribassi del compenso, mentre per il 37% dei professionisti la trasparenza sulle proprie competenze tecnologiche viene al contrario riconosciuta e premiata come un valore aggiunto.

Prospettive di mobilità professionale

Il fatto che il lavoro subordinato sia meno valorizzato sotto questo aspetto sta alimentando l’attrattività della partita Iva nel comparto tech. Secondo le rilevazioni di Shakers, il 24% dei lavoratori dipendenti sta valutando il passaggio alla libera professione entro il prossimo biennio: nello specifico, il 7% ha già avviato i preparativi operativi, mentre il 17% sta ponderando l’opzione.

Oggi gli operatori del settore trascorrono il 50% del proprio tempo nell’attività di guida, supervisione e revisione degli strumenti automatizzati, riducendo al 32% la quota dedicata all’esecuzione diretta. In un contesto in cui la mansione principale diventa il governo dei flussi tecnologici, le organizzazioni tradizionali devono necessariamente imparare a redistribuire i frutti dell’efficienza. Altrimenti si rischia un esodo verso la consulenza.