Intelligenza artificiale, il 65% degli investimenti globali si concentra in 10 città

Da San Francisco a Tel Aviv, la mappa del nuovo potere tecnologico è concentrata in appena dieci città, trasformate in poli di attrazione per capitale, competenze e infrastrutture.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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Nel 2026 l’Intelligenza Artificiale non cresce in modo diffuso: si concentra. I dati sui flussi globali di venture capital mostrano che oltre il 65% degli investimenti privati in AI confluisce in appena dieci città, trasformate in poli di attrazione per capitale, competenze e infrastrutture. Non è un’anomalia, ma la conseguenza naturale di una tecnologia che premia la densità e penalizza la dispersione.

Perché l’AI premia la densità e non la diffusione

Le grandi transizioni tecnologiche seguono una regola ricorrente: l’innovazione cresce più velocemente dove esistono prossimità fisica e interconnessione continua. L’AI richiede capitale paziente, accesso a competenze rare, infrastrutture computazionali costose e un mercato in grado di assorbire rapidamente nuove soluzioni. Le città che riescono a concentrare questi elementi riducono tempi, costi e rischi, accelerando il ciclo che va dalla ricerca al mercato.

L’effetto ecosistema: quando il capitale segue il capitale

Nei principali hub AI, ogni nuovo investimento ne attrae altri. Fondi, startup, grandi aziende e università operano in un circuito chiuso ma altamente produttivo, dove la probabilità di successo aumenta per semplice prossimità. È per questo che, a parità di qualità tecnologica, una startup localizzata in un grande hub ha maggiori chance di finanziamento rispetto a una sviluppata in contesti periferici. Il capitale, in questa fase, non cerca solo idee, ma ambienti.

Il risultato è una mappa globale sempre più asimmetrica. Le città che intercettano oggi i flussi AI accumulano vantaggi competitivi di lungo periodo, mentre le altre rischiano di diventare semplici utilizzatrici di tecnologie sviluppate altrove. Non è un giudizio di valore, ma una fotografia economica: nell’AI, più che in altri settori, chi parte in testa tende ad allungare il distacco.

La top 3 globale: capitale, università e venture capital nello stesso luogo

La leadership nell’Intelligenza Artificiale non è casuale. Le prime tre città della classifica condividono una caratteristica decisiva: la concentrazione simultanea di capitale finanziario, ricerca accademica e domanda industriale. È questa sovrapposizione che trasforma l’innovazione in valore economico misurabile.

San Francisco: dove l’AI diventa industria

La Bay Area resta il centro di gravità globale dell’AI, intercettando circa il 25% dei round mondiali. Qui l’ecosistema è maturo: università di ricerca, big tech, startup e fondi di venture capital convivono in uno spazio ristretto, riducendo drasticamente il tempo che separa un’idea dal mercato. Il risultato è un mercato del lavoro ipercompetitivo, dove gli stipendi per profili AI senior superano spesso i 200 mila dollari annui e un real estate direzionale che cresce più della media nazionale. Non è solo innovazione: è industrializzazione dell’innovazione.

New York: l’AI che parla il linguaggio della finanza

New York segue un modello diverso ma altrettanto efficace. Qui l’AI non nasce solo nei laboratori, ma si innesta su finanza, media, consulenza e servizi avanzati. Il valore non è tanto nella quantità di startup, quanto nella capacità di applicare rapidamente l’AI a settori ad alta redditività. È per questo che molti investimenti si concentrano su fintech, advertising tech e automazione dei servizi professionali, con ritorni spesso più rapidi rispetto ai modelli puramente tecnologici.

Londra: il ponte europeo del capitale tecnologico

Londra chiude il podio come principale hub europeo per la raccolta di capitali tecnologici. La sua forza sta nell’essere un crocevia: capitali americani, talenti internazionali e accesso al mercato europeo. Qui l’AI cresce all’intersezione tra tecnologia, finanza e regolazione, attirando investimenti che cercano stabilità giuridica e scalabilità continentale. Non è la città con più startup, ma quella che trasforma meglio l’innovazione in finanza.

Asia in accelerazione: quando politiche industriali e scala fanno la differenza

La crescita asiatica nell’Intelligenza Artificiale segue una traiettoria diversa da quella occidentale. Qui l’AI non è solo un settore emergente, ma uno strumento esplicito di politica industriale, sostenuto da investimenti coordinati, accesso ai dati e capacità di esecuzione su larga scala. Il risultato è un ecosistema meno frammentato e più orientato all’industrializzazione.

Beijing e Shanghai: l’AI come infrastruttura nazionale

Pechino e Shanghai beneficiano di un vantaggio strutturale: l’allineamento tra obiettivi pubblici e capitale privato. Le politiche industriali favoriscono la concentrazione di centri di ricerca, grandi piattaforme digitali e dataset su scala nazionale. Questo consente di sviluppare modelli AI rapidamente testabili in settori chiave come sanità, mobilità e servizi pubblici. Il valore non sta solo nella ricerca, ma nella capacità di implementazione immediata, spesso su milioni di utenti.

Shenzhen: dove l’AI diventa manifattura

Shenzhen rappresenta un caso a sé. Qui l’AI è integrata direttamente nella catena produttiva: robotica, sensori, veicoli autonomi e hardware intelligente vengono sviluppati e messi in produzione con tempi ridotti. Il vantaggio competitivo non è solo software, ma velocità di industrializzazione. In questo contesto, l’innovazione non resta prototipo: diventa prodotto, scala e margine.

Gli altri hub chiave: finanza, talento e specializzazione funzionale

Accanto ai grandi poli asiatici ed europei, la top ten globale include città che non competono sulla dimensione, ma sulla specializzazione. Ognuna presidia una funzione strategica diversa dell’ecosistema AI, dimostrando che non esiste un solo modello di successo.

Singapore: il nodo finanziario e logistico dell’Asia

Singapore si afferma come piattaforma finanziaria e regolatoria per l’AI asiatica. La stabilità normativa, l’accesso ai capitali e la posizione logistica la rendono un hub ideale per headquarters regionali e per il coordinamento di operazioni su scala continentale. Qui l’AI cresce meno in volume, ma in valore strategico.

Toronto e Berlino: talento e costi come leve competitive

Toronto sfrutta un forte sistema universitario e politiche migratorie attrattive per costruire un bacino di competenze avanzate, soprattutto in machine learning e ricerca applicata. Berlino, invece, continua a offrire un equilibrio raro tra qualità della vita e costi relativamente contenuti, attirando startup e team internazionali in cerca di sostenibilità economica nella fase di crescita.

Tel Aviv: AI come vantaggio strategico

Tel Aviv chiude il quadro con una specializzazione netta: AI applicata a cyber, difesa e sicurezza. Qui l’innovazione è guidata da esigenze operative reali, con un trasferimento rapido dalla ricerca all’applicazione. È un modello ad alta intensità tecnologica, meno scalabile in termini di volume, ma estremamente efficace sul piano strategico.

Effetti economici misurabili: salari, immobili ed exit come indicatori di potere

La concentrazione dell’Intelligenza Artificiale non è un fenomeno astratto: lascia tracce evidenti nell’economia reale delle città che riescono a intercettarla. Dove si addensano investimenti, talenti e infrastrutture, emergono tre indicatori chiave che raccontano meglio di qualsiasi slogan dove si sta creando valore: salari, mercato immobiliare ed exit.

Salari: il prezzo del talento come segnale di scarsità

Negli hub AI più avanzati, le retribuzioni per profili tecnologici qualificati superano stabilmente del 30–50% la media nazionale, con punte ancora più elevate per competenze legate a machine learning, data engineering e sicurezza. Non si tratta solo di stipendi più alti, ma di un segnale di scarsità strutturale del talento.

Immobili e servizi: quando l’AI ridisegna la città

L’impatto dell’AI si riflette anche sul tessuto urbano. Negli hub tecnologici, gli affitti direzionali crescono a ritmi a doppia cifra, trainati dalla domanda di spazi per uffici, laboratori e centri di ricerca. A cascata, aumentano i prezzi delle abitazioni e dei servizi, modificando la geografia sociale delle città.

Exit e acquisizioni: dove il capitale chiude il cerchio

Il dato forse più eloquente riguarda le operazioni di uscita. Oltre il 70% delle exit AI globali — tra acquisizioni e quotazioni — avviene negli stessi hub che attraggono la maggior parte degli investimenti iniziali. È qui che il capitale “chiude il cerchio”, trasformando l’innovazione in rendimenti finanziari. Più exit significano più liquidità, che torna a finanziare nuove startup nello stesso ecosistema, ampliando il divario con le aree periferiche.

Nell’economia dell’AI il vantaggio non si recupera, si accumula

La mappa globale dell’Intelligenza Artificiale racconta una dinamica chiara: il vantaggio competitivo tende ad autoalimentarsi. Le città che oggi attraggono capitale, talento e infrastrutture non stanno solo crescendo più velocemente; stanno costruendo barriere d’ingresso difficili da superare nel medio periodo. L’AI, più di altre tecnologie, premia chi riesce a concentrare risorse e decisioni nello stesso luogo e nello stesso tempo.

Per questo il tema non è se l’AI genererà valore, i numeri lo confermano, ma dove quel valore si stabilizzerà.

Opportunità concentrate, disuguaglianze amplificate

Questo meccanismo produce crescita, ma anche asimmetrie territoriali sempre più marcate. Le città che intercettano l’AI accelerano, mentre le altre rischiano di restare ai margini, dipendenti da tecnologie sviluppate altrove. È il paradosso dell’innovazione contemporanea: crea valore globale, ma lo distribuisce in modo altamente selettivo.

Gli hub che oggi guidano investimenti, salari ed exit stanno già disegnando le geografie economiche dei prossimi dieci anni. Chi resta fuori non scompare, ma rischia di occupare posizioni subordinate, limitandosi ad adottare soluzioni sviluppate altrove.

Chi resta fuori da questo triangolo entra in una dinamica di ritardo cumulativo: meno investimenti, meno competenze, minore capacità di scalare.