Batterie esauste, Italia lontana dagli obiettivi Ue: ricicliamo davvero così poco?

Per il rapporto del Centro Coordinamento Pile e Accumulatori, in Italia solo il 31% delle batterie acquistate vengono correttamente smaltite

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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L’Italia è a buon punto con il riciclaggio dei rifiuti ma non con un prodotto in particolare. Il corretto smaltimento delle batterie, infatti, sembra non riuscire proprio a entrare tra le buone abitudini dei cittadini, nonostante i 15.000 punti di raccolta.

Ma il dato, da solo, non basta a spiegare davvero cosa sta succedendo nel settore. Dietro quello striminzito 31% che fotografa la raccolta nazionale c’è un cambiamento tecnico che rischia di confondere anche le analisi più attente.

Quante batterie vengono raccolte in Italia

Secondo il dodicesimo rapporto annuale del Centro di coordinamento nazionale pile e accumulatori, nel 2025 sono state raccolte 8.868.248 kg di batterie portatili, con un calo del 14,6% rispetto all’anno precedente.

A prima vista, sembra un passo indietro netto. Ma lo stesso rapporto invita a leggere questi numeri con cautela: il motivo principale della diminuzione è normativo.

Le nuove regole Ue cambiano la classificazione delle batterie

Il punto centrale è l’entrata in vigore del nuovo regolamento europeo sulle batterie, che ha ridefinito le categorie e il modo in cui vengono contabilizzati i flussi. Le batterie “portatili” oggi sono definite come batterie sigillate, fino a 5 kg di peso e destinate a uso generale.

Alcune di quelle che prima rientravano in questa categoria oggi sono state spostate tra quelle utili per mobilità leggera, industriali o per veicoli elettrici. In questo modo il perimetro statistico delle portatili risulta ridotto.

D’altro canto, però, vengono conteggiate anche le batterie integrate nei dispositivi elettronici, che in passato erano spesso considerate separatamente. Questo cambio di nomenclatura rende i dati non direttamente confrontabili con il passato e contribuisce a modificare le percentuali ufficiali di raccolta, anche senza un cambiamento reale dei flussi di recupero.

Tasso di raccolta batterie: come si calcola e perché cambia

Guardando i numeri assoluti, si è passati da oltre 10 milioni di kg raccolti nel 2024 a meno di 9 milioni nel 2025. Un calo evidente, ma solo in parte reale. Una quota di batterie, infatti, continua a essere raccolta ma non viene più conteggiata nel totale. Il risultato è che il dato sembra peggiorare più di quanto accada nella pratica.

Lo stesso vale per il tasso di raccolta, che si attesta intorno al 31% dell’immesso sul mercato. Anche questo numero va interpretato. Con le nuove regole, da un lato il numeratore si riduce per effetto della riclassificazione e dall’altro, il totale delle batterie immesse sul mercato aumenta e si diversifica, includendo tecnologie più complesse e spesso con una vita utile più lunga.

Questo significa che molte batterie vendute oggi non diventeranno rifiuti nel breve periodo, ma vengono comunque già conteggiate nel mercato. Il sistema, che traccia i prodotti riciclabili, quindi, vede subito l’ingresso ma non ancora l’uscita. E questo contribuisce ad abbassare la percentuale di raccolta, anche senza un peggioramento proporzionale dei comportamenti.

Perché in Italia si riciclano ancora poche batterie

Detto questo, sarebbe un errore liquidare tutto come un semplice problema statistico. Il rapporto evidenzia comunque che una quota significativa di batterie continua a sfuggire ai circuiti ufficiali.

Alcune restano inutilizzate nelle case degli italiani, altre finiscono nei rifiuti indifferenziati, altre vengono gestite fuori dai sistemi tracciati. In ogni caso, si tratta di materiali che non rientrano nell’economia circolare.

Quanto è lontana l’Italia dagli obiettivi Ue

La sfida, quindi, resta aperta. Anche perché gli obiettivi europei sono molto più ambiziosi: si punta al 63% di raccolta entro il 2027 e al 73% entro il 2030. Numeri che, rispetto all’attuale 31%, implicano un cambio di passo deciso.

Il cambiamento della nomenclatura aiuta a misurare meglio il fenomeno ma non lo risolve. Anzi, rende ancora più evidente una verità scomoda: in Italia si recuperano ancora troppo poche batterie. E il valore in gioco è tutt’altro che marginale, perché le batterie contengono materie prime strategiche come litio, cobalto e nichel, fondamentali per la transizione energetica e la produzione di nuove tecnologie. Non recuperarle significa perdere risorse economiche.

E finché una parte così rilevante resta fuori dai circuiti di raccolta, la transizione verso un’economia davvero circolare rimane, almeno in parte, incompleta.