Per la seconda volta gli Usa stanno per uscire dagli Accordi di Parigi sul clima. Il Presidente Trump aveva firmato l’ordine esecutivo all’inizio del 2025, provvedimento che diventerà operativo a partire dal prossimo 27 gennaio. Questa decisione comporta la rinuncia definitiva da parte della prima potenza mondiale a ogni possibile azione volta a mitigare l’impatto umano sul cambiamento climatico.
In questo modo il tycoon non sta semplicemente esonerando la Nazione di cui è Presidente da qualsiasi azione volta a limitare la velocità con cui il Pianeta si sta surriscaldando, ma la sta trasformando in un acceleratore di un processo già in atto.
Secondo un articolo pubblicato su Nature, lo scellerato negazionismo di molte Nazioni, insieme all’abdicazione di un attore fondamentale come gli Usa da qualsiasi impegno relativo al cambiamento climatico, potrebbero causare danni non solo ecologici ma anche economici su larga scala. Quello cui andrebbe incontro l’intera ricchezza mondiale non sarebbe una semplice crisi ciclica, ma una trasformazione strutturale dell’economia mondiale, che abbasserebbe il reddito pro-capite del 40%.
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Crisi climatica: perdita permanente di capacità produttiva
Per Lemoine, autore dello studio succitato, lo scenario cui si potrebbe andare incontro se la temperatura media della Terra si alzasse di 4°C rispetto ai livelli pre-industriali non sarebbe una recessione nel senso tradizionale del termine, ma una perdita permanente di capacità produttiva e di benessere. In altre parole, il cambiamento climatico ridurrebbe in modo stabile il livello di ricchezza che l’economia globale è in grado di generare, abbassando il “pavimento” su cui crescere negli anni successivi.
Ovviamente l’impatto non sarebbe distribuito in modo uniforme. A pagarne maggiormente le conseguenze saranno le economie dei Paesi già più caldi e con minori risorse per fronteggiare le difficoltà dovute al cambiamento climatico.
Tuttavia, sembra che neanche le economie più avanzate saranno al riparo. Nei Paesi ad alta industrializzazione il reddito reale pro capite risulterebbe sensibilmente inferiore rispetto a uno scenario senza riscaldamento estremo. Il risultato complessivo sarebbe un aumento marcato delle disuguaglianze economiche, sia tra Nord e Sud del mondo sia all’interno dei singoli Paesi.
Quanto si abbasserebbe il Pil globale
Per dare un ordine di grandezza, le grandi crisi economiche degli ultimi decenni — quella del 2008 e quella dovuta al Covid-19 — hanno comportato una contrazione del Pil mondiale nell’ordine di pochi punti percentuali.
Tra il 2008 e il 2009 il Pil globale era sceso di circa 2 punti percentuali. Durante la pandemia, l’indicatore aveva perso circa il 3%. Qualora la temperatura della Terra si alzasse di 4°C rispetto al periodo pre-industriale, la media del reddito reale pro capite potrebbe abbassarsi fino al 40%.
Lemoine non sta dicendo che il Pil globale scenderà del 40% qualora la temperatura media della Terra si alzasse ancora. Ha piuttosto provato a calcolare quanta ricchezza saremmo in grado di produrre, in date condizioni di diminuzione drastica di risorse, a parità di popolazione.
Non si tratterebbe di un crollo del Pil in un singolo anno, ma di un abbassamento permanente del pavimento dell’economia, rendendo cronica una condizione di impoverimento globale.
Cosa prevedono gli Accordi di Parigi
Già durante il suo primo mandato, ad aprile 2020, il tycoon ritirò gli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi, che vincolano i contraenti a limitare l’innalzamento della temperatura globale entro i 2° rispetto ai livelli pre-industriali.
Non c’è nessun motivo per cui la decisione di Donald Trump possa essere considerata banale autodeterminazione di uno Stato sovrano. La crisi climatica e ambientale coinvolge tutti, in quanto agenti di un delicato ecosistema che rischia di cambiare per sempre. E attori ingombranti come gli Usa lasciano un’impronta poco ecologica impossibile da non considerare.
Il 2025 appena trascorso è stato il terzo anno più caldo di sempre. Questo dato non è una semplice anomalia statistica, ma il segnale di una traiettoria già in atto. Superare la soglia dei 2°C comporterebbe conseguenze profonde sull’equilibrio degli ecosistemi naturali del pianeta.
Gli oceani sono delle vere e proprie spugne in grado di impregnarsi di calore e anidride carbonica in eccesso nell’aria. Tuttavia, se ne assorbono troppo, si acidificano, mettendo a rischio barriere coralline, catene alimentari marine e interi sistemi di pesca, da cui dipendono centinaia di milioni di persone.
Le ondate di calore e le siccità più frequenti riducono la disponibilità di acqua dolce e di suolo fertile, aumentando la pressione su risorse già scarse. In molte aree del mondo, questo si traduce in instabilità sociale, migrazioni forzate e conflitti legati all’accesso a cibo, oro blu ed energia elettrica.
Anche le risorse naturali sono finite
Anche chi oggi percepisce meno gli effetti della crisi climatica, protetto da condizioni geopolitiche ed economiche favorevoli, non potrà considerarsi al sicuro sul lungo termine. In un sistema produttivo altamente globalizzato sarà impossibile che le alterazioni delle condizioni dell’ambiente non si riflettano sulla sicurezza di tutti.
Sembra quantomeno lecito additare la grande contraddizione che abita le stanze della politica alta, dove con enorme facilità si liquidano richieste di giustizia sociale e climatica, mettendo come alibi la finitudine dei capitali economici da investire in determinati settori, mentre continuiamo a comportarci come se il Pianeta Terra fosse una fonte inesauribile di risorse naturali a libero uso e consumo del genere umano.