Lavoratori impatriati: quando spetta l’agevolazione

Coloro che rientrano in Italia dopo un periodo di lavoro all’estero possono godere di alcune agevolazioni fiscali. Vediamo quali sono

Fisco7 Esperto fiscale

Nel 2015, il Decreto Internazionalizzazione (Decreto legislativo del 14/09/2015 n. 147, articolo 16) ha introdotto un regime speciale per i lavoratori impatriati.

Il Decreto Crescita (Decreto Legge 30/04/2019, n.34) ha apportato delle modifiche sostanziali relative ai requisiti soggettivi e oggettivi richiesti per usufruire del beneficio in esame.

La novità di maggior rilievo è rappresentata dall’aumento della percentuale di abbattimento del reddito imponibile dal 50% al 70%.

Va opportunamente precisato che tale Decreto, nella sua formulazione entrata in vigore il 1° maggio 2019, sanciva che le modifiche avrebbero avuto decorrenza a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore del medesimo.

Con il successivo decreto fiscale collegato, il Legislatore ha voluto scongiurare la disparità di trattamento tra i soggetti che avessero trasferito la residenza fiscale nel territorio dello Stato a decorrere dal 3 luglio 2019 e i soggetti rientrati a decorrere dal 30 aprile 2019, estendendo anche a questi ultimi le maggiori agevolazioni previste dal Decreto Crescita.

Chi sono i lavoratori c.d. impatriati?

Trattasi di contribuenti che percepiscono redditi di lavoro dipendente, redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente e/o redditi di lavoro autonomo prodotti in Italia, che dopo un periodo di lavoro trascorso all’estero, fanno rientro in Italia. In particolare:

  • non sono stati residenti in Italia nei due periodi d’imposta precedenti il predetto trasferimento e si impegnano a risiedere in Italia per almeno due anni, trasferendo la residenza nel territorio dello Stato ai sensi dell’articolo 2 del TUIR;
  • prestano l’attività lavorativa prevalentemente nel territorio italiano.

Si ricorda che, sulla base di quanto previsto dal comma 2 dell’art.16 sopra menzionato, possono usufruire dell’agevolazione e quindi essere considerati lavoratori impatriati anche:

  • i cittadini dell’Unione europea;
  • i cittadini di Stati diversi da quelli appartenenti all’Unione europea, con i quali sia in vigore una convenzione per evitare le doppie imposizioni in materia di imposte sul reddito ovvero un accordo sullo scambio di informazioni in materia fiscale.

Qualora rispettino alternativamente questi requisiti soggettivi:

  1. siano in possesso di un titolo di laurea e abbiano svolto “continuativamente” un’attività di lavoro dipendente, di lavoro autonomo o di impresa fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, ovvero
  2. abbiano svolto “continuativamente” un’attività di studio fuori dall’Italia negli ultimi 24 mesi o più, conseguendo un titolo di laurea o una “specializzazione post lauream”.

La durata dell’agevolazione: le novità del Decreto Crescita

Il sopracitato Decreto Internazionalizzazioni aveva sancito la durata del regime speciale per lavoratori impatriati: un quinquennio, a partire dal periodo d’imposta in cui il contribuente trasferisce la residenza fiscale in Italia e per i successivi quattro periodi d’imposta.

Il Decreto Crescita ha esteso la durata dell’agevolazione per un ulteriore quinquennio qualora il lavoratore che rientra in Italia:

  • abbia un figlio minorenne o a carico;
  • acquisti un immobile residenziale successivamente al trasferimento in Italia o nei dodici mesi precedenti il trasferimento stesso;
  • abbia almeno tre figli minorenni o a carico. Solo in questo caso la percentuale di tassazione si riduce al 10% negli ulteriori cinque periodi di imposta.

Per usufruire del beneficio per altri cinque anni, è sufficiente che il lavoratore impatriato rientri in una sola casistica.

Contribuenti che rientrano a seguito di distacco all’estero

Un aspetto particolarmente rilevante, sul quale si è pronunciata l’Agenzia delle entrate con la Circolare n.33/E del 28 dicembre 2020 (par. 7.1) e successivamente con la Risposta ad Interpello n. 42 del 18 gennaio 2021, riguarda i contribuenti che rientrano in Italia a seguito di un periodo di distacco all’estero.

Sul punto, l’Amministrazione finanziaria ha precisato che il beneficio fiscale non spetta nell’ipotesi di distacco all’estero con successivo rientro in presenza del medesimo contratto e presso il medesimo datore di lavoro.

Si pone quindi l’accento sulla “non continuità”, che funge da discrimine ai fini della fruizione dell’agevolazione.

Di conseguenza, l’impatriato, per vedersi riconoscere l’abbattimento del reddito imponibile nella misura del 70%, dovrà svolgere una nuova attività lavorativa in virtù:

  1. della sottoscrizione di un nuovo contratto, diverso dal contratto in essere prima del periodo di distacco;
  2. dell’assunzione di un ruolo aziendale differente da quello originario.

L’Agenzia delle entrate, nella citata Circolare n.33/E, precisa ulteriormente che l’abbattimento dell’imponibile non è applicabile nell’ipotesi in cui il soggetto, pur in presenza di un nuovo contratto che preveda l’assunzione di un nuovo ruolo aziendale (presso il medesimo datore di lavoro) al momento dell’impatrio, rientri in una situazione di continuità con la precedente posizione lavorativa svolta nel territorio dello Stato prima dell’espatrio.

A titolo meramente esemplificativo, costituiscono indice di una situazione di continuità contrattuale sostanziale:

  • il riconoscimento di ferie maturate prima del nuovo accordo contrattuale;
  • il riconoscimento dell’anzianità dalla data di prima assunzione;
  • l’assenza del periodo di prova;
  • clausole volte a non liquidare i ratei di tredicesima (ed eventuale quattordicesima) maturati, nonché il trattamento di fine rapporto al momento della sottoscrizione del nuovo accordo;
  • clausole in cui si prevede che alla fine del distacco, il distaccato sarà reinserito nell’ambito dell’organizzazione della Società distaccante e torneranno ad applicarsi i termini e le condizioni di lavoro presso la Società di appartenenza in vigore prima del distacco.

Enrico Cusin – Fisco 7

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