I prezzi del petrolio volano e, con loro, anche i costi di benzina e gasolio alla pompa. Alla base di questi rialzi ci sono tensioni geopolitiche in Medio Oriente, l’incertezza sullo Stretto di Hormuz e una linea politica americana sempre più imprevedibile.
Sul fronte interno, la situazione è ancora più frustrante per i consumatori. Nonostante le quotazioni petrolifere fossero scese nella giornata precedente, i prezzi alla pompa in tutta Italia sono comunque aumentati.
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Il prezzo del petrolio
Dopo il calo registrato ieri, oggi le quotazioni sono tornate a salire rapidamente. A incidere è stato il discorso di Donald Trump, che non ha fornito tempistiche chiare sulla fine della guerra. Questo ha portato le borse europee ad aprire in perdita, e restano tuttora in calo, mentre il prezzo del petrolio è in netto aumento.
Il Brent, indice di riferimento globale, ha raggiunto i 108,46 dollari, in aumento del 7,22% rispetto a ieri. Anche il West Texas Intermediate (Wti), riferimento negli Stati Uniti, ha superato la soglia psicologica dei 100 dollari, arrivando a 111,49 dollari: si tratta dei livelli più alti dall’inizio del conflitto, superiori anche a quelli registrati nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Il costo della benzina alla pompa
Le conseguenze sono evidenti anche in Italia, dove i prezzi della benzina sono saliti vertiginosamente negli ultimi giorni. Per Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, si tratta di:
l’ennesima dimostrazione di come si continui allegramente a speculare. Speriamo che il Governo abbassi le accise del gasolio di 40 centesimi, altrimenti resterà sempre sopra il limite di 2 euro.
Per quanto riguarda la benzina verde, dopo le autostrade (1,827 euro al litro), la più cara si registra a Bolzano con 1,784 euro, che supera la Basilicata ferma a 1,782 euro. Quest’ultima è anche l’unica regione d’Italia a non aver registrato aumenti nella giornata. Segue la Calabria, con 1,779 euro al litro. La regione più virtuosa per i prezzi è invece il Veneto.
| Regione/Province Autonome | Prezzo 2/04/26 (euro/litro) | Variazione del costo di un pieno di 50 litri dal 1 al 2 aprile (euro) |
|---|---|---|
| Bolzano | 1.784 | 0,15 |
| Basilicata | 1.782 | 0,00 |
| Calabria | 1.779 | 0,15 |
| Sicilia | 1.776 | 0,15 |
| Molise | 1.770 | 0,05 |
| Puglia | 1.769 | 0,10 |
| Campania | 1.762 | 0,10 |
| Liguria | 1.762 | 0,10 |
| Trento | 1.761 | 0,15 |
| Valle d’Aosta | 1.760 | 0,40 |
| Friuli Venezia Giulia | 1.759 | 0,10 |
| Abruzzo | 1.755 | 0,05 |
| Sardegna | 1.755 | 0,15 |
| Lombardia | 1.753 | 0,15 |
| Toscana | 1.751 | 0,10 |
| Emilia Romagna | 1.749 | 0,15 |
| Piemonte | 1.749 | 0,10 |
| Umbria | 1.749 | 0,00 |
| Lazio | 1.747 | 0,10 |
| Marche | 1.747 | 0,10 |
| Veneto | 1.744 | 0,10 |
La crisi iraniana tiene i mercati in ostaggio
Il nodo centrale resta il conflitto con l’Iran. Dopo aver lasciato intendere un’apertura diplomatica, l’amministrazione americana ha cambiato posizione, tornando a minacciare un’escalation degli attacchi. Questa continua oscillazione tra toni aggressivi e più distensivi genera una forte volatilità sui mercati energetici.
A spiegarlo è Ricardo Evangelista, Senior Analyst di ActivTrades:
Il percorso di minor resistenza per i prezzi del petrolio rimane orientato al rialzo. Più a lungo lo Stretto di Hormuz rimane effettivamente chiuso a circa il 25% dei flussi mondiali di petrolio e gas, maggiore è l’impatto dello shock di offerta sul mercato globale e maggiore è la probabilità di ulteriori picchi dei prezzi.
Finché non ci sarà una reale prospettiva di normalizzazione delle spedizioni attraverso lo Stretto, la pressione sui prezzi difficilmente si ridurrà.
Le previsioni: Brent verso i 110 dollari
Lo scenario resta instabile. Gli analisti stimano che il Brent possa stabilizzarsi a 110 dollari al barile nel secondo trimestre del 2026. Tuttavia, il mercato potrebbe non aver ancora scontato completamente il rischio geopolitico: finché il conflitto continuerà e lo Stretto di Hormuz resterà sotto minaccia, la pressione sui prezzi difficilmente si allenterà.
A questo si aggiunge un rischio che richiama quanto già accaduto nel 2022: l’aumento dei costi energetici si trasferisce sui prezzi al consumo. Questi, a loro volta, spingono i salari, innescando una nuova accelerazione dell’inflazione. Una spirale che nessun governo europeo vuole rivivere.
La variabile chiave resta la durata del conflitto. Se la crisi iraniana dovesse protrarsi, ciò che stiamo vivendo oggi potrebbe essere solo l’inizio di una nuova fase strutturale, alla quale famiglie, imprese e governi dovranno adattarsi. Il caro carburanti è solo la prima, più evidente, delle conseguenze.