Dall’anno della loro nascita, esattamente dal 1925, i buoni fruttiferi postali sono considerati tra gli strumenti di risparmio più sicuri per gli italiani. Sono infatti garantiti dallo Stato e sono semplici da utilizzare. Proprio per tale reputazione si dà per scontato che non possano mai generare perdite. Ma è davvero così oppure esistono situazioni in cui il capitale può ridursi?
Per rispondere a tale domanda bisogna prima chiarire cosa si intende realmente per perdita. Nel linguaggio finanziario esiste infatti una differenza importante tra perdita di capitale nominale e perdita di valore reale.
Indice
Che differenza c’è tra perdita di capitale nominale e valore reale
Si parla di perdita nominale quando, al momento del rimborso, si riceve una somma più bassa di quella investita inizialmente. Ciò può succedere con strumenti come le azioni e le obbligazioni vendute prima prima della scadenza a un prezzo inferiore rispetto a quello di acquisto.
Nel caso dei buoni postali, invece, questa situazione non è prevista: il capitale sottoscritto viene sempre restituito, in qualsiasi momento venga chiesto il rimborso. Ciò significa che non c’è il rischio di oscillazione di prezzo tipico dei titoli negoziati sui mercati finanziari.
Diverso è invece il concetto di perdita reale. In questo caso, il capitale viene restituito per intero ma il suo potere d’acquisto può diminuire nel tempo.
Questo accade quando i prezzi aumentano più in fretta degli interessi del buono, per cui si riottiene il capitale investito ma con quella somma è possibile acquistare meno beni e servizi rispetto al passato. Questo fenomeno riguarda tutti gli strumenti a rendimento fisso o predeterminato.
Come funzionano i buoni fruttiferi postali
I buoni fruttiferi postali sono prodotti di risparmio/investimento emessi da Cdp e collocati sul mercato da Poste Italiane. A differenza di strumenti quotati come le obbligazioni bancarie o i Btp non hanno un mercato secondario. Non si acquistano e vendono in Borsa, infatti, ma vengono rimborsati da Poste al titolare.
Tali titoli riconoscono interessi in base alla durata e alla tipologia, esistono infatti buoni ordinari, a cedola, dedicati ai minori e tanti altri.
Godono poi di una tassazione agevolata sugli interessi del 12,50% rispetto al 26% di altri strumenti finanziari e non prevedono commissioni per la gestione o il rimborso.
Attenzione alle imposte: a quanto ammontano
Non è possibile subire una perdita in conto capitale se si richiede il rimborso di un buono fruttifero postale in qualsiasi momento della sua durata.
È proprio Poste Italiane a comunicare che tutte le tipologie di titoli garantiscono il rimborso del 100% del capitale investito al netto degli oneri di natura fiscale dovuti per legge.
Sui buoni si applicano infatti:
- l’imposta sostitutiva sugli interessi del 12,50%;
- l’imposta di bollo sul capitale che è dello 0,20% se il valore totale dei buoni supera i 5.000 euro.
Cosa succede se si chiede il rimborso anticipato?
Anche nel caso di rimborso anticipato, il capitale è sempre rimborsato al 100% al netto di eventuali oneri fiscali. Prima di un determinato periodo, però, si potrebbero perdere gli interessi non ancora maturati.
È il caso, ad esempio, dei Bfp 3×4 che durano 12 anni e garantiscono interessi solo a partire dal quarto anno o dei buoni ordinari che durano 20 anni e garantiscono gli interessi solo al termine del primo anno.
Prima di chiedere il rimborso anticipato, converrebbe quindi attendere almeno di aver maturato gli interessi.
L’inflazione può erodere i risparmi dei Bfp?
Nei buoni postali il capitale nominale è garantito dallo Stato ma questo non significa automaticamente che il risparmio sia immune dagli effetti dell’inflazione nel tempo.
Il rischio principale per coloro che investono in strumenti a rendimento prefissato o fisso, infatti, è che il potere di acquisto dei soldi diminuisca, cioè che pur ricevendo la medesima somma non sia più possibile acquistare gli stessi beni o servizi rispetto al momento dell’investimento.
L’inflazione indica l’aumento dei prezzi e dei servizi nel tempo. Se i prezzi crescono in modo più rapido dei rendimenti dei buoni, infatti, il valore reale del proprio denaro diminuisce. In pratica anche se verrà restituito l’intero capitale con quella somma si potranno comprare meno beni e servizi rispetto al momento dell’investimento.
Per capire quanto essa può erodere i propri risparmi si utilizza il concetto di rendimento reale. Quest’ultimo si ottiene sottraendo il tasso di inflazione dal rendimento nominale del buono ovvero dagli interessi che dovrebbe generare. Qualora l’inflazione sia più alta del rendimento, il rendimento reale può diventare più basso o addirittura negativo.
Ecco un esempio:
Supponiamo di avere un Bfp che promette un tasso di interesse lordo del 3% all’anno e un’inflazione nello stesso periodo del 4%. In questo caso, anche dopo aver ricevuto gli interessi, il proprio denaro perderà potere di acquisto in quanto con gli stessi soldi si potranno acquistare meno cose. Si tratta di un rendimento reale negativo perché i propri soldi non hanno tenuto il passo con l’aumento dei prezzi e questo è il rischio principale dei buoni a rendimento fisso o prefissato nei periodi di alta inflazione.
Un buono postale può scadere e non essere riscattabile
È possibile che i buoni fruttiferi postali possano scadere e non essere riscattabili. Ciò avviene quando scatta la prescrizione ovvero 10 anni dopo la scadenza naturale del titolo cartaceo. In tal caso non è più possibile né recuperare il capitale e nemmeno gli interessi.
Per non correre tale pericolo conviene scegliere la dematerializzaizone del buono perché i titoli dematerializzati vengono gestiti automaticamente e il loro valore viene accreditato sul conto di regolamento che può essere un libretto di risparmio o un conto corrente BancoPosta intestato allo stesso titolare del buono.