In Italia l’uscita dalla famiglia di origine si sta trasformando in un percorso lungo, incerto e sempre più posticipato. Secondo i dati Istat pubblicati a gennaio 2026, il 63,3% dei giovani resta nella casa dei genitori fino alla soglia dei 35 anni. Rispetto al 2012, quando quota era già alta ma ferma al 61,2%, oggi il fenomeno appare più radicato, stabile e meno legato a scelte individuali e più a vincoli oggettivi.
Il report, infatti, individua le cause principali in una combinazione di fattori. Al contrario di quanto sostenuto per anni dalla narrazione prevalente, ma fuorviante, dei giovani “bamboccioni”, la permanenza prolungata in famiglia non è solo una questione culturale.
Si tratta infatti del risultato di un sistema economico che rende complesso costruire un’autonomia reale prima dei 30 anni, e spesso anche oltre.
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Formazione lunga, lavoro instabile, autonomia rimandata
Negli ultimi 20 anni il tempo medio necessario per completare i percorsi di studio si è allungato. Dopo l’università, si continua con master, specializzazioni, tirocini e praticantati (spesso poco o per nulla retribuiti), solo per essere competitivi in un mercato del lavoro sempre più complesso.
Anche chi riesce a trovare un’occupazione, specie se alle prime esperienze, deve poi fare i conti con contratti a termine, part-time involontari, collaborazioni discontinue e redditi iniziali bassi. Raramente quindi si riesce ad avere una stabilità sufficiente per sostenere affitti elevati, spese fisse e costo della vita in crescita, soprattutto nelle grandi aree urbane.
Il risultato è un paradosso: giovani formalmente adulti, spesso con titoli di studio elevati, ma senza un’indipendenza economica tale da potersi permettere di vivere da soli e distaccarsi dalle famiglie di origine. Inoltre, chi nasce in famiglie con maggiori risorse economiche può permettersi tempi più lunghi di transizione, chi proviene da contesti fragili subisce una doppia penalizzazione.
Restare in casa e rimandare le scelte di vita
La permanenza prolungata nella famiglia di origine produce effetti diretti anche sulle scelte affettive e familiari. La difficoltà ad acquisire autonomia abitativa si traduce nel rinvio delle tappe classiche della vita adulta: convivenza, matrimonio, figli. I dati Istat lo confermano con chiarezza.
Il rinvio delle prime nozze è ormai strutturale e i matrimoni in Italia sono in calo. Il tasso di nuzialità totale, che misura quanti matrimoni sono attesi in una generazione ipotetica di 1.000 individui, nel 2024 è pari a 372 per 1.000 uomini e 422 per 1.000 donne, entrambi in calo (-2,8 e -2,9 punti percentuali) rispetto al 2023.
Attenzione però, non si tratta solo di un calo quantitativo, ma di uno spostamento temporale.
Le curve per età mostrano un marcato posticipo delle nozze, non compensato da un recupero nelle età successive.
Nel 2024 si sono sposati entro i 34 anni il 56,9% degli uomini (erano il 63,0% nel 2019) e il 69,9% delle donne (contro il 76,0% del 2019). Ma le età medie alle prime nozze continuano a salire: 34,8 anni per gli uomini e 32,8 per le donne, contro i 32,6 e 30,1 anni del 2011.
Aumentano le convivenze
Le convivenze, come risulta dal report Istat, sono invece aumentate. Nel dettaglio, le coppie che convivono senza essere sposate, sono più che triplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2022-2023, passando da circa 440.000 a oltre 1,6 milioni.
Il modello familiare tradizionale (casa propria – matrimonio – figli) è sempre meno dominante.
La convivenza rappresenta oggi non più una tappa di passaggio verso il matrimonio, ma la scelta più praticata nella transizione verso la vita adulta.
L’indipendenza abitativa non è più una scelta, ma una conquista complessa. E spesso viene rimandata non per mancanza di desiderio di autonomia, ma per mancanza di condizioni economiche minime per sostenerla.
Infatti anche la convivenza risente delle stesse difficoltà strutturali del matrimonio, ovvero: affitti elevati, scarsa offerta di alloggi accessibili, mutui difficilmente ottenibili senza contratti stabili, aumento del costo della vita.
Un problema economico prima che culturale
In un mondo economico e lavorativo che non dà certezze, la famiglia diventa un ammortizzatore sociale sostitutivo, ma con effetti collaterali importanti.
Rallentano infatti i percorsi di emancipazione, la riduzione della mobilità geografica e si rimanda il momento di mettere su famiglia, con un impatto negativo sulla natalità e sulle dinamiche demografiche.
La permanenza prolungata dei giovani in famiglia non è solo un fenomeno sociale o culturale, ma un fattore economico sistemico. Influenza il mercato immobiliare, la domanda di consumo, la mobilità del lavoro e la sostenibilità del sistema previdenziale.
Una popolazione giovane che ritarda l’autonomia e la formazione di nuove famiglie produce meno domanda abitativa, meno nascite e una struttura demografica sempre più sbilanciata verso l’invecchiamento.
È un circolo vizioso: meno giovani autonomi significa meno dinamismo economico, meno innovazione sociale, meno capacità di rigenerazione del sistema produttivo.