Caporalato, Glovo-Foodinho commissariata: ipotesi rider sfruttati e sottopagati

La Procura di Milano dispone il controllo giudiziario su Foodinho Srl, la società italiana di Glovo. L'ipotesi è quella di caporalato

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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La Procura di Milano ha disposto un decreto urgente di controllo giudiziario sulla società italiana di GlovoFoodinho Srl, a seguito di accertamenti che avrebbero evidenziato presunte condizioni di sfruttamento dei lavoratori.

L’amministratore unico Pierre Miquel Oscar e la società sono indagati per caporalato. Secondo il provvedimento, i 40mila rider del food delivery, di cui circa 2mila a Milano, percepirebbero retribuzioni in molti casi inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà. Fino all’81,62% invece sotto i minimi dei contratti collettivi nazionali.

Accusa di caporalato per la società italiana di Glovo

Il decreto di controllo giudiziario d’urgenza dovrà essere vagliato da un gip entro 10 giorni. La Procura di Milano ha passato al setaccio la reale applicazione dei contratti firmati dal sindacato Ugl e da Assodelivery.

La Procura parla di un sistema che costituirebbe una forma di sfruttamento basata sullo stato di bisogno dei lavoratori.

Il riferimento esplicito è a un sistema di

etero-organizzazione algoritmica della prestazione lavorativa compatibile con l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato.

Dall’analisi dei Carabinieri emerge che nel 75% dei casi mancherebbero circa 5.000 euro lordi annui per raggiungere il reddito minimo considerato sufficiente a garantire una vita dignitosa.

E l’87,5% degli intervistati percepirebbe salari inferiori a quelli stabiliti dai contratti collettivi nazionali del settore, arrivando nei casi più gravi a guadagnare fino a 12.000 euro in meno rispetto a quanto previsto dai contratti.

Il titolare dell’azione giudiziaria è sempre lui, il pm di Milano Paolo Storari che da anni conduce inchieste sulle condizioni di lavoro in provincia e anche oltre. Ha “messo nel suo mirino” aziende del food delivery, della grande distribuzione, della logistica e della moda.

Il controllo giudiziario non blocca però l’attività della società. Un amministratore giudiziario, scelto tra esperti iscritti all’albo, affiancherà l’imprenditore per garantire il rispetto delle norme e adottare assetti organizzativi idonei a prevenire violazioni.

Ipotesi violazione dell’articolo 36 della Costituzione

Il provvedimento arriva dopo precedenti analoghi nel settore e punta alla regolarizzazione dei rider e al rispetto della legislazione sul lavoro, in particolare dell’articolo 36 della Costituzione, che tutela il diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro.

Secondo la Carta costituzionale,

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.

Quanto guadagna un rider del food delivery

La recente inchiesta intitolata La condizione di lavoro dei rider del food delivery della Nidil-Cgil e basata su circa 500 questionari raccolti in tutta Italia in quattro lingue, ha fatto emergere un dato pesante.

I rider tipo pedala per otto o dieci ore al giorno, sei o sette giorni a settimana, e viene pagato due, tre, quattro euro lordi a consegna. E dentro alla sua giornata finiscono tempi morti, chilometri, manutenzione a proprio carico e rischi di ogni tipo.

Il tipico rider del food delivery in Italia è un migrante maschio in giovane età. Quello del rider non è quasi mai un lavoretto per arrotondare, ma un vero e proprio lavoro a tempo pieno.