Pensioni: quota 100 diminuisce l’assegno dal 5% al 21%

In attesa della versione finale del disegno di legge di Bilancio, ecco i primi calcoli che i “quotisti” possono fare prima di decidere se cogliere o meno l’opzione che smonta la riforma Fornero

La riforma pensionistica secondo il paradigma della quota 100, che punta a smontare la legge Fornero, non sarà gratuita. L’assegno arriverà prima rispetto ai criteri della riforma Fornero, ma sarà accompagnato da una decurtazione da un minimo del 5% a un massimo del 21%. Il Sole 24 Ore, con le simulazioni della società di ricerca Tabula di Stefano Patriarca, ha analizzato caso per caso le oscillazioni del valore dell’assegno a seconda delle diverse condizioni anagrafiche e contributive, per verificare se e a quale prezzo convenga scegliere l’opzione anticipo pensioni offerta da questa soluzione in attesa del suo definitivo accoglimento nella legge di bilancio.

Vale ricordare che con “quota 100” la pensione viene incassata fino a cinque anni in più e “nel complesso della vita la riduzione si annulla – fa notare Patriarca – anche se rimane in ogni caso il dato della minore pensione mensile che sotto certi livelli potrebbe comprometterne l’adeguatezza”. A determinare la riduzione dell’assegno sono almeno tre fattori: il diverso coefficiente di trasformazione a 62 anni, i cinque anni di minori contributi e l’effetto rivalutazione sul montante, ipotizzando una crescita costante sia del Pil sia dello stipendio del lavoratore.

21%
Un lavoratore con uno stipendio netto di 1600 euro vedrà assottigliarsi del 21% l’assegno previdenziale se sceglie l’uscita anticipata a 62 anni.

Tra l’11e il 5%
Tra l’11% e il 5% per il lavoratore con stipendio da 2mila euro che a 64 anni decide di lasciare l’ufficio dai tre anni a un anno e tre mesi prima.

“La manovra consente il pensionamento da 62 anni con 38 di contribuzione, e cioè a un’età e con un livello di versamenti che rende la pensione superiore a quanto motivato dai contributi” spiega Patriarca. L’assegno subisce una decurtazione in ragione del peso di questo nuovo privilegio: ”per chi si trova nel cosiddetto sistema misto (cioè con 18 anni di contributi versati prima della riforma del 1995) – conclude l’analisi – e che l’anno prossimo maturerà 62 anni di età e 38 anni di versamenti, l’uscita scatterebbe con due anni in meno rispetto all’età di equilibrio contributivo” (64 anni, da confrontare con i 67 anni e tre mesi della vecchiaia e soli 20 anni di contributi).

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