Pitti Uomo 110 il lusso è saper fare e il Made in Italy lo dimostra ancora una volta

Da Brunello Cucinelli a Tombolini, da Luigi Bianchi Sartoria a Kiton: a Firenze 740 marchi e un messaggio chiaro, il valore sta nella manualità

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Matteo Calzaretta

Giornalista

Giornalista pubblicista, collabora con alcune tra le principali testate nazionali di lifestyle e spettacoli.

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C’è un momento, ogni anno, in cui Firenze smette di essere una città e diventa una dichiarazione di intenti. Succede quando la Fortezza da Basso apre i cancelli per Pitti Uomo, e quest’anno – alla sua 110ª edizione – il messaggio che arriva dalle collezioni, dagli stand, dalle parole dei designer è più nitido che mai: il valore sta nella manualità, nella cura, nel gesto preciso di chi sa cosa sta facendo.

Sono 740 i marchi che espongono in Fortezza, di cui il 45% proviene da più di 30 paesi diversi. Eppure, nel rumore globale di una manifestazione che abbraccia tutto il menswear internazionale, è la voce italiana quella che si sente più forte. Non perché parli più ad alta voce – ma perché dice cose che gli altri ancora non sanno dire.

Il corpo e il tessuto: un dialogo antico

Gli anni Settanta e Ottanta, con la loro esplosione di vanità e moda disinvolta, sono solo l’ispirazione di partenza. L’uomo di oggi è ancora più esigente: sa apprezzare i tessuti italiani sempre più leggeri e belli, perfetti per vestire corpi che cercano il soft tailoring senza sacrificare l’eleganza.

È Brunello Cucinelli a sintetizzarlo con la precisione di chi ha trasformato un’idea estetica in un impero: «È uno stile leggermente sportivo, disinvolto, ma si deve essere vestiti bene». La ricetta? Un pantalone cargo curatissimo in cotone lavato, una camicia in un cotone bellissimo, la giacca a un petto e mezzo – e magari anche la cravatta. Non è nostalgia: è la certezza che il vestirsi bene non passa mai di moda.

Le silhouette si allungano, si ammorbidiscono, sfiorano il corpo senza costringerlo. Il pantalone lavato viene portato stirato – e quindi è elegante. Una contraddizione apparente che racconta tutto: il lusso contemporaneo non rinuncia al comfort, ma non si lascia scivolare nel casual senza controllo.

Le mani che fanno la differenza

Se c’è un filo rosso che attraversa i padiglioni della Fortezza, è la fierezza artigianale. Non come folklore, non come marketing – come fatto industriale e culturale insieme.

Giovanni Bianchi di Luigi Bianchi Sartoria sintetizza la collezione con quattro parole: «Tanta pulizia, costruzioni leggere, precisione nei dettagli e colori mirati». L’abito in stile American Gigolò rivisitato nasce in un’azienda guidata dalla quarta generazione della stessa famiglia: completi in bianco, sabbia e marrone, sporcati dal bordeaux per renderli più donanti, verde freddo per i più audaci. I revers delle giacche si abbassano ad allungare la figura, come negli anni Sessanta-Settanta.

Da Tombolini arriva uno degli oggetti più emblematici di questa edizione: la giacca Wellness, 250 grammi, senza collo, con un solo bottone e un laccetto al posto dell’asola. Silvio Calvigioni Tombolini, terza generazione dell’azienda marchigiana, racconta con orgoglio: «Siamo stati i primi, 12 anni fa, a lanciare la giacca Zero Gravity, e oggi viene perfezionata grazie a una modellistica di altissima qualità. Sono orgoglioso della manualità delle nostre 70 sarte». Settanta sarte. Non un algoritmo, non una macchina automatizzata: settanta persone che sanno fare una cosa sola, e la fanno benissimo.

Il lusso giovane e dinamico arriva invece da Knt – Kiton New Texture, brand dei gemelli Walter e Mariano De Matteis che, grazie alla collaborazione con il lanificio di famiglia Carlo Barbera, ridisegnano il concetto di rilassatezza sartoriale. Superfici ultra-light convivono con innovative mischie di lino e lana dall’aspetto croccante, per completi bomber e pantaloni cargo. Protagonista il colore che rimanda alle spezie: paprika, cannella e sesamo, accostati a sfumature di grigio acciaio con delicati riflessi rosa.

Un sistema che si rinnova

Pitti Uomo non è solo una vetrina di campionari: è il luogo in cui il sistema moda maschile prende le sue decisioni, rinnova le alleanze, incontra il futuro. Quest’anno debutta Hyperscout, un nuovo servizio di matchmaking basato sull’intelligenza artificiale che analizza i dati delle edizioni precedenti per costruire profili accurati di retailer e marchi, suggerendo abbinamenti strategici tra brand e buyer. La tecnologia al servizio delle relazioni umane – non il contrario.

Tra gli ospiti internazionali, Simone Rocha, designer irlandese basata a Londra, porta a Firenze la sua prima sfilata indipendente di moda maschile, al Teatro della Pergola, fondendo la sua visione poetica con lo sfondo storico della città. Accanto a lei, DSM Kei Ninomiya, stilista giapponese noto per il suo approccio concettuale, presenta la collezione menswear PE 2027 al Complesso di Sant’Orsola.

Il ri-equilibrio che fa bene

Cucinelli, a margine delle collezioni, sceglie di non fare il profeta di sventura. «Noi stiamo andando molto bene – dice – ma invito tutti a considerare il momento attuale come un ri-equilibrio dopo un triennio dai risultati giganteschi». Una lettura lucida, senza trionfalismi né catastrofismi, che si sente anche nelle parole degli altri imprenditori in Fortezza. «Non è un momento semplice. C’è un po’ di tensione, si cercano nuovi mercati – Corea e America – ma conta la solidità e il servizio che hai costruito con i clienti», osserva Giovanni Bianchi.

Il Made in Italy non vive di rendita. Sa che deve guadagnarsi ogni stagione il diritto a essere considerato il meglio. E lo fa con la stessa arma che ha sempre usato: le mani, la testa, il tempo dedicato a fare le cose per bene. Settanta sarte, quattro generazioni, un pantalone stirato con cura. È questo, in fondo, il lusso che non passa mai.