Tfs dipendenti pubblici, Corte Costituzionale chiede stop del pagamento pluriennale

La Corte costituzionale chiede di cambiare le regole sul Tfs dei dipendenti pubblici: oggi la liquidazione arriva anche dopo anni

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Claudio Cafarelli

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Giornalista pubblicista laureato in economia, appassionato di SEO e ricerca di trend, content manager per agenzie italiane e straniere

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Il sistema che regola il pagamento del trattamento di fine servizio (Tfs) ai dipendenti pubblici potrebbe cambiare nei prossimi anni. La Corte costituzionale ha infatti stabilito che il meccanismo che oggi dilata i tempi di pagamento della liquidazione dovrà essere superato, anche se in modo graduale. La posizione dei giudici arriva con l’ordinanza n. 25 del 2026, che invita Governo e Parlamento a intervenire sulla normativa introdotta nel 2010 durante la crisi del debito pubblico. Quelle regole hanno stabilito tempi molto lunghi per il riconoscimento della liquidazione ai lavoratori del settore pubblico. Secondo la Consulta il sistema attuale non può essere mantenuto indefinitamente. La Corte ha chiarito che una cancellazione immediata della norma potrebbe avere effetti rilevanti sui conti pubblici.

L’ordinanza della Corte costituzionale

Nell’ordinanza i giudici spiegano che il meccanismo che ritarda il pagamento del Tfs deve essere eliminato, ma con un percorso progressivo. Una modifica immediata, infatti, “si tradurrebbe quantomeno in un temporaneo, ma assai significativo impatto sulle finanze pubbliche”. La Corte costituzionale aveva già richiamato in passato il legislatore sulla necessità di intervenire. In questa occasione però la decisione introduce anche una scadenza precisa.

Secondo quanto indicato nell’ordinanza, Governo e Parlamento dovranno intervenire entro il 14 gennaio 2027 per riportare la normativa entro limiti considerati compatibili con la Costituzione. In assenza di una modifica legislativa, la Corte potrebbe dichiarare l’illegittimità della norma nella successiva udienza prevista proprio per quella data.

Una decisione di questo tipo avrebbe conseguenze rilevanti sui conti pubblici. Le stime dell’Inps indicano che l’eliminazione immediata delle regole attuali produrrebbe un impatto di circa 15,6 miliardi di euro sul bilancio dello Stato.

Come funziona oggi il pagamento del Tfs

Attualmente i dipendenti pubblici devono attendere diversi mesi prima di ricevere il trattamento di fine servizio. Il pagamento della liquidazione inizia infatti nove mesi dopo l’uscita dal lavoro. In passato l’attesa era ancora più lunga e arrivava a dodici mesi. Anche dopo l’avvio del pagamento, le somme non vengono corrisposte in un’unica soluzione. La normativa prevede infatti un sistema di rateizzazione. La prima rata non può superare i 50 mila euro. Lo stesso limite è previsto per la seconda rata, che viene pagata dodici mesi dopo la prima.

Quando la liquidazione complessiva supera questa soglia, il pagamento può essere suddiviso in tre rate. In questo caso i tempi si allungano ulteriormente e il completamento della liquidazione richiede altri dodici mesi. Questo sistema determina quindi un’attesa che può durare diversi anni prima di ricevere l’intero importo maturato durante la carriera lavorativa. Al momento le uniche categorie escluse da queste attese sono gli invalidi e gli inabili, che possono ricevere il trattamento senza i ritardi previsti per gli altri dipendenti pubblici.

Perché il sistema è contestato

Secondo la Corte costituzionale il problema principale riguarda la natura stessa del trattamento di fine servizio. Il Tfs, così come il Tfr nel settore privato, rappresenta una forma di retribuzione differita. Si tratta cioè di una parte della retribuzione maturata durante la vita lavorativa e corrisposta al termine del rapporto di lavoro.

Proprio per questo motivo il pagamento della liquidazione è collegato alla tutela della retribuzione prevista dall’articolo 36 della Costituzione. Il ritardo nel pagamento, quando si protrae per periodi molto lunghi, può quindi sollevare dubbi di legittimità costituzionale. La Corte ha quindi invitato il legislatore a trovare una soluzione che garantisca il rispetto dei principi costituzionali, senza però creare squilibri immediati nei conti pubblici.

I costi della riforma

Alla luce della scadenza fissata dalla Corte, uno degli interventi principali potrebbe essere inserito nella prossima legge di Bilancio. La manovra economica potrebbe definire un percorso di riforma progressiva del sistema di pagamento delle liquidazioni nel pubblico impiego.

Secondo le stime dell’Inps, l’eliminazione del primo rinvio di nove mesi comporterebbe un costo di circa 4,2 miliardi di euro. La cancellazione del sistema di rateizzazione avrebbe invece un impatto di circa 11,6 miliardi. Se entrambe le misure venissero introdotte contemporaneamente, il costo immediato complessivo arriverebbe a circa 15,6 miliardi di euro.