Daniele Manni, il prof imprenditore che insegna a creare start up

Intervista al super prof leccese in gara con i primi 12 al mondo per il premio alla didattica innovativa: molti dei suoi studenti under 18 creano start up tra i banchi di scuola

Nel 2015 è stato l’unico italiano candidato al Nobel per l’insegnamento, il Global Teacher Prize. E ora Daniele Manni, 59 anni, insegnante di informatica all’istituto Galilei-Costa di Lecce, è di nuovo l’unico italiano tra i 12 finalisti dell’Innovation and Entrepreneurship Teaching Excellence Awards, il premio mondiale dedicato all’eccellenza didattica in tema di innovazione e imprenditorialità che si terrà il prossimo 20 e 21 settembre, nella città portoghese di Aveiro.

Nato in Canada da genitori salentini, laureato in informatica all’Università di Torino, il professor Manni è stato definito “un prof innovatore”: insegna ai suoi studenti i concetti di imprenditorialità, innovazione, cambiamento e creatività. Ma soprattutto insegna loro come fare startup.

In Italia, la parola startup va di moda ma è qualcosa che riguarda i ragazzi dai 20 anni in su, spesso con una laurea. Qui parliamo di adolescenti che devono ancora affacciarsi sul mondo del lavoro. Ragazzi che vanno dai 14 ai 18 anni, perché il prof Manni insegna in una scuola superiore, a differenza degli altri colleghi candidati al premio internazionale, tutti professori universitari. Tanto che, racconta a QuiFinanza, quando è stato chiamato dagli organizzatori del premio ha pensato a un errore: “La pratica dell’imprenditorialità è piuttosto diffusa nel mondo, ma in ambito accademico. Sono rari quelli che la fanno alle superiori. Sono l’unico docente di scuola superiore mentre gli altri sono tutti cervelloni universitari e, confesso, questa cosa mi intimorisce un po’.”

Alla vigilia della partenza di un nuovo anno scolastico e a poche settimane dall’assegnazione del premio, abbiamo parlato con il professor Manni di didattica, di “idee strampalate”, di resilienza e dei risvolti positivi che un’educazione improntata all’imprenditorialità può portare agli studenti tra i 14 e 18 anni, sia che debbano intraprendere una carriera da imprenditori che non.

Professor Manni, lei porta nella scuola la sua esperienza imprenditoriale: prima di diventare insegnante, lei stesso è stato imprenditore. Cosa le ha fatto scattare la molla per cambiare?
Mi sono laureato nell’84. Nell’85 ho creato la prima società e l’anno successivo ho accettato la prima supplenza per fare un favore a un amico. L’ultima cosa a cui pensavo a quei tempi era insegnare: neolaureato in informatica, una disciplina nuova per quei tempi, volevo fare altro. Invece me ne sono innamorato e non me ne sono più staccato. Fino al ’99 ho fatto entrambe le cose: poi ho dato una svolta radicale, in tutti i sensi. Ho deciso di lasciare l’attività imprenditoriale e di dedicarmi solo all’insegnamento, portando nella scuola questa mia esperienza, cercando di stimolare sempre più i ragazzi e di tirare fuori le loro potenzialità.

Lei è considerato un innovatore tra i banchi di scuola. In cosa è diverso il suo insegnamento? Perché è considerato eccezionale?
Il mio non è un metodo classico ma un metodo radicalmente diverso, eccezionale perché fa eccezione. Sta per cominciare l’anno scolastico e avrò tre nuove classi prime. La prima cosa che dirò entrando in classe sarà: ‘Ragazzi, che cosa ci inventiamo oggi?’ Io non parlo dalla cattedra, ma giro tra i banchi, li sposto, porto fuori i ragazzi perché all’esterno c’è un altro tipo di approccio, meno formale e meno rigido dell’ambiente scolastico.
Ci sono scambi di idee e attività di brainstorming, per vedere cosa può venirne fuori. È una cosa che richiede tempo, ma non è una perdita di tempo. È un modo per aiutare i ragazzi a conoscersi, di solito qualcuno lancia un’idea “stupida”, l’altro lo prende in giro, io lo difendo. Si crea una sorta di empatia all’interno della classe.

I ragazzi di oggi sono vulcani di idee: quante ne passano e quante vengono bocciate?
Tantissime idee sono strampalate al massimo, non stanno né in cielo né in terra, altre sono troppo costose. Noi partiamo da investimenti zero. Quindi devono essere buone idee per piccole capacità. Diciamo che il 90% delle idee non passano. Ma quelle buone partono, camminano e trovano riscontro.

In Italia, la parola start up riguarda i ragazzi dai 20 anni in su, spesso con una laurea. Qui parliamo di adolescenti che devono ancora affacciarsi al mondo del lavoro.
In Italia manca la concezione che un giovane possa proporre qualcosa di serio. Proprio mentre parliamo, due miei studenti di 14 anni stanno girando per i centri di formazione della città di Lecce per cercare di vendere il loro progetto. Si tratta di un portale web in cui forniscono informazioni alla cittadinanza su tutti i possibili corsi che si tengono sul territorio: sono nella fase di firma del contratto. Dopo la fase di entusiasmo iniziale, si scontrano con la realtà: quando si presentano da soli, non vengono presi in considerazione. Serve un  adulto che li accompagni per avere più attenzione e più credito.

Come li aiuta concretamente?
All’inizio mi piaceva l’idea di trovare tra questi ragazzi qualcuno che avesse il pallino dell’imprenditorialià e che potesse crearsi il lavoro da solo, dal nulla. Invece negli anni mi sono accorto che questa particolare didattica portava grandi benefici anche a quelli che non avevano il dna dell’imprenditore. Dopo cinque anni di questo percorso, i miei diplomati erano più avvantaggiati rispetto agli altri: avevano sviluppato delle capacità erano diventati pù resilienti, quindi più capaci di adattarsi ai cambiamenti; più bravi nel problem solving, più fiduciosi nelle loro capacità e con uno sguardo al futuro pieno di speranza.

Ed è questa la chiave di tutto.
Esatto. Ecco perché sostengo che tutti dovrebbero insegnare imprenditorialità: non per creare un esercito di imprenditori, ma perché questa tecnica didattica crea degli uomini diversi, con qualche competenza in più e più fiducia in se stessi e nel futuro.

Cosa pensa della scuola di oggi?
La scuola deve cambiare. Radicalmente. L’istruzione italiana è fantastica, ma vanno riconsiderati i metodi di insegnamento.

E delle ore di alternanza scuola-lavoro, che il ministro Bussetti vuole ridurre?
L’alternanza scuola-lavoro ci sta, se fatta bene. Ogni scuola è un caso a sé e deve poter scegliere in autonomia quante ore fare: la quantità di ore è elevata, soprattutto per i licei. Non lo è per le scuole tecniche: quante più ore facciamo, meglio è.

Alla vigilia di un nuovo anno scolastico, che consiglio si sente di dare ai ragazzi?
Quello che dico sempre ai miei studenti è di aprire gli occhi perché ognuno di loro può essere autore di un cambiamento. I ragazzi non si rendono conto di questo: devono buttarsi nelle cose, provarci, cercare di realizzarle. E non devono mai fermarsi ad ascoltare chi gli dice di no. Li incoraggio assolutamente a buttarsi nella mischia. A staccarsi dagli smartphone, che sono uno strumento, e attaccarsi alle relazioni umane. Io sono ottimista per natura, ma sono pessimista sotto questo punto di vista: temo che i giovani vedano la vita reale nella scatoletta e meno quella che sta loro intorno.

 

Daniele Manni, il prof imprenditore che insegna a creare start up