Enrica Porcari, la prima CIO umanista alla guida del CERN: “La mia forza è pensare in modo diverso”

La manager che ha trasformato la formazione umanistica nell'arma vincente per l'IT di Ginevra lancia un messaggio alle ragazze: "Il profilo perfetto per la scienza è un mito dannoso. Non aspettate di sentirvi pronte: ciò che considerate un limite è la vostra risorsa"

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Emanuela Galbusera

Giornalista di attualità economica

Giornalista pubblicista, ha maturato una solida esperienza nella produzione di news e approfondimenti relativi al mondo dell’economia e del lavoro e all’attualità, con un occhio vigile su innovazione e sostenibilità.

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Al CERN di Ginevra, il laboratorio dove si studiano i segreti dell’universo e dove sono nate innovazioni che hanno cambiato il mondo come il World Wide Web, a guidare una delle infrastrutture informatiche più complesse del pianeta c’è un’italiana che non è né fisica né ingegnera.

Enrica Porcari, prima Chief Information Officer nella storia del CERN, ha costruito una carriera internazionale senza seguire il percorso che molti avrebbero considerato “giusto”. La sua storia è anche quella di una donna che ha imparato a non ascoltare la voce interiore che le suggeriva di non appartenere a certi luoghi, e che ha trasformato quella che per anni aveva considerato una debolezza — una formazione umanistica in un mondo di ingegneri e fisici — nella sua più grande forza.

Curiosità, empatia, capacità di creare connessioni e una visione profondamente umana dell’innovazione sono i tratti che emergono con più forza dal suo percorso. In un’epoca in cui si parla soprattutto di competenze STEM, Enrica Porcari ricorda che l’innovazione non nasce solo dal sapere tecnico, ma anche dalla capacità di fare domande diverse, comprendere le persone e immaginare il futuro prima che esista. La sua è una storia di leadership e determinazione, ma soprattutto la dimostrazione che ciò che spesso percepiamo come un limite può diventare la nostra più grande risorsa.

Lei guida il Dipartimento IT del CERN, uno dei principali centri scientifici al mondo. Qual è stata una delle sfide più grandi nel farsi strada in un settore in cui le donne sono ancora una minoranza?
Ho iniziato a lavorare al CERN in un momento di grande trasformazione, come Responsabile del Dipartimento IT, e quattro anni dopo sono diventata la sua prima Chief Information Officer. Arrivare fin qui non è stato facile, e ricordo di essermi chiesta più di una volta: cosa sto facendo al CERN? Una domanda che nasce da una voce che descrivo spesso come una sorella maggiore saggia ma un po’ pungente — sempre pronta a elencare i motivi per cui non appartengo al mondo della tecnologia.
Ma lungo la strada, ho capito che la vera sfida non era mai stata il settore, né essere una delle poche donne nella stanza. Era quella voce, e quanto peso le davo. Le donne non hanno bisogno di un trattamento speciale. Siamo forti e capaci di costruire il nostro percorso e i nostri successi. Una volta che ho smesso di trattare quella voce come una verità, e l’ho vista come una voce tra tante, è esattamente quello che ho fatto.

Ha una formazione umanistica in un contesto dominato da ingegneri e fisici: questo percorso è mai stato percepito come un limite? Quando ha capito che invece poteva diventare un punto di forza?
Per anni ho spesso iniziato le frasi con “Non sono un’esperta tecnica, ma…” — come se la mia prospettiva avesse bisogno di un permesso per esistere prima che potessi condividerla. Ma il cambiamento è arrivato quando ho realizzato che ciò che consideravo una debolezza era, in realtà, il mio punto di forza. Dove gli altri vedevano sistemi, io vedevo persone, bisogni, esperienze e l’opportunità di costruire qualcosa che non era ancora stato costruito. È allora che ho smesso di scusarmi e ho iniziato a dire “proprio perché non sono un’esperta tecnica, vedo ciò che gli altri potrebbero non vedere.”

Lei dimostra che per guidare l’innovazione non basta saper scrivere codice, ma serve anche interpretare il cambiamento. In un’epoca in cui le competenze STEM sono considerate il “nuovo oro”, stiamo sottovalutando l’importanza delle competenze trasversali?
Non credo che esistano competenze “soft” quando si parla di innovazione. L’empatia, la visione e la capacità di anticipare il cambiamento sono tra le competenze più difficili da sviluppare — e tra le più importanti. Viviamo in un momento in cui il ritmo del cambiamento spinge tutti verso la prossima svolta, il prossimo annuncio, la prossima entusiasmante possibilità. E quella energia conta. Ma la tecnologia da sola è sterile. Il suo significato deriva interamente da come, e per chi, viene utilizzata.
Quando l’entusiasmo svanisce, ciò che rimane sono le conseguenze per le persone che tocca. Le vite che cambia — o che non riesce a cambiare. Ed è lì che emerge davvero l’importanza delle competenze trasversali.

Prima del CERN ha lavorato nel settore umanitario come CIO del World Food Programme. In che modo l’esperienza sul campo nelle crisi umanitarie ha influenzato il suo approccio alla tecnologia e il suo modo di dialogare con gli scienziati del CERN?
Lavorare in ambienti di crisi insegna una cosa su tutte: la tecnologia conta solo se raggiunge le persone che ne hanno bisogno. Ho visto cosa succede quando non lo fa. E ho visto cosa diventa possibile quando lo fa. Lo stesso istinto mi guida al CERN oggi. Riunendo ingegneri, scienziati e coloro che sono più vicini al lavoro, ci assicuriamo che l’innovazione non solo raggiunga gli scopi fondamentali del lavoro del CERN, scoprire le origini dell’universo, ma anche assicurandoci che quella tecnologia riesca a trovare applicazione anche nella vita di tutti i giorni.
Perché in entrambi i mondi, stiamo lavorando su qualcosa di più grande di noi stessi. Nel settore umanitario si trattava di supportare i più vulnerabili. Al CERN è la conoscenza. Lo scopo cambia, ma la responsabilità no.

Il CERN produce una quantità enorme di dati. Come si gestisce questa “fame” tecnologica garantendo allo stesso tempo sostenibilità ed efficienza?
Un exabyte di dati — l’equivalente di trecento miliardi di fotografie da smartphone. È quanto hanno generato di recente i nostri esperimenti, e questo volume crescerà ulteriormente con i futuri programmi scientifici.
La sfida non consiste semplicemente nell’accumulare dati, ma nello scegliere su cosa concentrarsi. L’intelligenza artificiale ci sta già aiutando a identificare in tempo reale ciò che conta davvero. È un cambio di paradigma: dal semplice possesso dei dati alla loro vera comprensione.
E sempre più, questa è una sfida che va ben oltre il CERN. Perché il valore reale non risiede nei dati stessi, ma nel giudizio, nella responsabilità e nella comprensione che vi apportiamo.

Spesso le tecnologie del CERN finiscono nelle nostre vite, come accadde con il World Wide Web. Quali innovazioni potrebbero rivoluzionare il mondo della finanza o dell’industria nei prossimi anni?
Il World Wide Web è stato creato al CERN semplicemente per aiutare gli scienziati a condividere dati, eppure ha finito per trasformare il modo in cui viviamo, lavoriamo e comunichiamo. Nessuno lo aveva pianificato. Ed è proprio questo il punto.
Oggi, il calcolo quantistico e l’intelligenza artificiale stanno aprendo possibilità che non riusciamo ancora a immaginare pienamente — nella finanza, nell’industria e nella sicurezza — eppure le applicazioni che conteranno di più sono probabilmente quelle a cui nessuno ha ancora pensato.
Le organizzazioni che avranno successo non sono solo quelle che adottano queste tecnologie per prime — ma quelle che rimangono flessibili, aperte al cambiamento e disposte a costruire in modo diverso quando il momento lo richiede.
Perché alla fine, non è mai la tecnologia a trasformare un settore. Sono le persone disposte a pensare in modo diverso e abbastanza coraggiose da agire di conseguenza.

In che modo state integrando l’intelligenza artificiale nella ricerca scientifica? E quali sono i rischi etici che la preoccupano maggiormente?
Il CERN utilizza l’intelligenza artificiale da decenni. Molto prima che diventasse una conversazione globale. Senza di essa, gran parte della conoscenza nascosta nella montagna di dati che generiamo attraverso le collisioni di protoni rimarrebbe inaccessibile.
Ma ciò che mi preoccupa di più non è la tecnologia in sé. È la concentrazione del controllo che la circonda. Oggi, l’IA viene plasmata da un numero straordinariamente ridotto di attori — e rischiamo di creare un mondo in cui tecnologie che riguardano tutti vengono decise da troppo pochi. Al CERN, siamo la prova che un modello diverso è possibile — uno costruito sull’apertura, sulla collaborazione e sulla convinzione che la conoscenza appartenga a tutti. Perché la versione più pericolosa dell’IA non è quella che pensa per sé stessa. È quella che pensa per tutti — ma è costruita da quasi nessuno.

Perché secondo lei ancora oggi molte ragazze si autoescludono dalle carriere STEM? E cosa direbbe a una giovane donna che teme di non avere il “profilo giusto” per lavorare nella tecnologia o nella ricerca?
L’idea di un “profilo giusto” per la tecnologia o la scienza è uno dei miti più dannosi che continuiamo a raccontare ai giovani — perché semplicemente non è vero.
Venivo da una formazione umanistica e alla fine sono arrivata a guidare il Dipartimento IT del CERN. Ciò che mi ha portata fin qui non è stato un CV perfetto, ma la curiosità, lavoro duro, impegno, il coraggio di fare domande che gli altri non facevano e la disponibilità a varcare porte anche quando non ero sicura di appartenervi. Questo non vuol dire che la formazione STEM non sia importante. Anzi. Ma il mio messaggio è che a volte le giovani donne che si escludono da sole sono spesso proprio quelle di cui abbiamo più bisogno: quelle che pensano in modo diverso, che chiedono “perché” invece di solo “come”, e che portano prospettive che vanno a complementare altre discipline.
Quindi il mio messaggio è semplice: non aspettate di sentirvi pronte. Molto spesso, ciò che pensate sia il vostro punto debole diventa la vostra più grande forza.

Cosa bisognerebbe fare concretamente, nelle scuole e nelle aziende, per colmare il gender gap nelle professioni STEM?
I team più efficaci con cui ho lavorato non sono mai stati i più omogenei. Erano quelli che riunivano background diversi, modi di pensare diversi e domande diverse — perché è spesso lì che emergono le idee migliori.
Per le scuole, questo significa dimostrare fin da subito che la scienza e la tecnologia non sono riservate a un solo tipo di persona o a un unico percorso lineare. Per le aziende, significa creare culture in cui voci diverse vengano davvero ascoltate e in cui le persone non si sentano costrette ad adattarsi a un modello esistente per avere successo. Perché la diversità non è solo un valore sociale: è una condizione che rende possibile l’innovazione.

Nonostante una carriera internazionale, ha mantenuto un forte legame con Tivoli, la città dove è nata e cresciuta. Quanto contano le radici nel suo percorso personale e professionale? E cosa le piace fare nel tempo libero per staccare da un lavoro così complesso?
Nonostante i molti luoghi in cui il mio lavoro mi ha portata, le mie radici a Tivoli sono rimaste la mia bussola. Crescere circondata dalla storia e dalla bellezza mi ha insegnato presto l’importanza della continuità, della curiosità e del costruire su ciò che ci ha preceduto.
Questa prospettiva ha plasmato sia il mio percorso personale che professionale.
E forse è per questo che, per quanto il ruolo diventi impegnativo, ho ancora bisogno delle cose semplici che mi tengono ancorata a terra: la famiglia, le lunghe passeggiate, la scrittura, ‘il villaggio’ e il tempo nella natura.

Dopo tanti traguardi raggiunti, cosa la entusiasma ancora del futuro?
Sono entusiasta di ciò che non sappiamo ancora. Al CERN lavoriamo ogni giorno alla frontiera tra il noto e l’ignoto. È un privilegio straordinario. Come scrivo ne Il futuro che non c’era: il futuro non accade semplicemente — viene costruito. E la vera responsabilità è costruirlo con consapevolezza, includendo quante più voci possibile.

Enrica Porcari CIO, Chief Information Officer del CERN di Ginevra.
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Enrica Porcari CIO, Chief Information Officer del CERN di Ginevra.