I 5 settori green che attirano più capitali nel 2026: perché banche e fondi ci puntano

Oltre 2.000 miliardi di dollari l’anno ormai si muovono sulle tecnologie di transizione, ma non in modo uniforme. Nel 2026 i capitali si concentrano dove i flussi sono misurabili, i rischi “assicurabili” e i ricavi difendibili.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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C’è un test che nel 2026 vale più di mille dichiarazioni: quanto costa il capitale. Se un progetto è davvero credibile, il suo costo del debito scende, trova underwriting, chiude covenant ragionevoli, attira co-investitori. Se resta nel regno della narrazione, vive di annunci e non di closing. Ed è anche per questo che i numeri globali vanno letti con doppio sguardo.

L’IEA (International Energy Agency) indica che gli investimenti energetici complessivi hanno superato soglie record e che la parte clean ha un peso crescente. BNEF (Bloomberg New Energy Finance) segnala che l’investimento nella transizione ha superato 2.000 miliardi di dollari nel 2024. CPI (Climate Policy Initiative) ricorda che i flussi, pur in aumento, sono ancora lontani dalla scala necessaria.

Non è contraddizione: è la fotografia di un sistema che accelera e, allo stesso tempo, resta sottodimensionato rispetto alla missione.

Il 2026 della finanza verde: non è “più ESG”, è più selezione

La fotografia è paradossale solo in apparenza: mentre una parte dell’industria del risparmio gestito vive un riposizionamento (rebranding, ripensamento delle etichette, deflussi in alcuni mercati), i capitali sulle infrastrutture e sulle tecnologie della transizione continuano a cercare destinazioni credibili.

Il punto è che “green” non è una categoria omogenea. Nel 2026 la finanza verde non premia ciò che suona bene, ma ciò che regge tre domande semplici e brutali:

  • Chi paga, per quanto tempo, e con quale garanzia?
  • Il rischio è distribuibile (assicurazioni, contratti, regolazione, incentivi)?
  • Esiste una catena di valore scalabile senza colli di bottiglia ingestibili?

È qui che si apre la distanza tra sostenibilità “narrata” e sostenibilità “finanziata”. La prima vive di intenzioni e report; la seconda vive di cash flow, di autorizzazioni, di standard tecnici, di contratti di lungo periodo. E, soprattutto, di settori dove la domanda non è più una scommessa culturale: è un bisogno fisico del sistema energetico.

Rinnovabili, reti, storage, efficienza ed elettrificazione dei consumi appaiono, quindi, i cinque comparti che stanno vincendo la gara dei finanziamenti e i criteri con cui banche e fondi separano la sostenibilità narrata da quella finanziata.

Rinnovabili “utility-scale”: il capitale ama i ricavi prevedibili

Se c’è un settore dove la finanza torna a ragionare come sa fare — rischio, rendimento, orizzonte — è la generazione rinnovabile su scala industriale.
Nel 2026, solare ed eolico continuano a essere il primo magnete perché hanno imparato a parlare la lingua dei finanziatori: pipeline, permitting, PPA (contratti di acquisto a lungo termine), e strutture di progetto dove l’asset è “bancabile”.

L’IEA conferma che gli investimenti nelle tecnologie e infrastrutture “clean” hanno ormai un peso enorme nel totale. Nel 2024 si parlava di circa 2.000 miliardi di dollari diretti alla parte pulita del sistema energetico. E la traiettoria non è un’onda emotiva: è una riconfigurazione industriale.

Qui banche e fondi trovano una combinazione rara: costi di produzione competitivi, domanda elettrica strutturalmente crescente e la possibilità di “impacchettare” il rischio in modo comprensibile. Non è romantico, ma è esattamente ciò che rende un settore finanziabile.

Reti elettriche e infrastrutture di flessibilità: il collo di bottiglia che diventa business

Per anni le reti sono state il capitolo noioso. Nel 2026 sono il capitolo inevitabile. Perché senza reti non c’è transizione: c’è solo capacità installata che non si riesce a connettere.

L’IEA ha stimato investimenti nelle reti nell’ordine dei 400 miliardi di dollari annui, in crescita, ma ancora insufficienti rispetto a ciò che servirebbe per sostenere l’elettrificazione. E proprio questa distanza tra bisogno e spesa effettiva crea spazio per il capitale: regolazione, tariffazione, piani infrastrutturali e, soprattutto, la pressione simultanea di rinnovabili, veicoli elettrici e data center.

Non sorprende che stiano emergendo anche società “abilitanti” — software, digital twin, sistemi di monitoraggio e gestione — perché le reti non devono solo espandersi: devono diventare intelligenti e governabili in tempo reale.

Per i finanziatori, le reti hanno un fascino preciso: sono asset regolati, spesso con ritorni più stabili, meno dipendenti dal prezzo spot dell’energia. In un mondo dove la narrativa ESG è diventata più litigiosa, la rete è una realtà che non ha bisogno di slogan.

Storage (batterie): la tecnologia che trasforma rinnovabili in “potenza affidabile”

Nel 2026 lo storage non è più “accessorio”. È l’interruttore che consente di passare da energia rinnovabile intermittente a energia disponibile quando serve. E quando un’infrastruttura diventa abilitante, il capitale arriva.

Secondo le stime riportate da Reuters su dati IEA, gli investimenti nello storage a batteria sono in forte crescita, con previsioni nell’ordine di decine di miliardi (ad esempio, circa 66 miliardi di dollari per il 2025). Il numero conta, ma conta di più la logica: le batterie monetizzano servizi di rete, arbitraggio, capacità, stabilizzazione. Sono una risposta industriale a un problema di sistema.

Banche e fondi apprezzano lo storage quando vedono due condizioni: mercati elettrici che remunerano la flessibilità e modelli contrattuali più maturi. Dove queste regole sono chiare, lo storage diventa un asset finanziario oltre che tecnologico.

Efficienza energetica e riqualificazione (edifici + industria): il “green” che taglia subito la bolletta

L’efficienza è il settore meno “instagrammabile” e spesso il più razionale. In un’epoca di tassi, volatilità e attenzione ai costi, ridurre consumi è un ritorno all’essenziale: meno energia in ingresso, stessi servizi in uscita.

Ma il 2026 segna anche un cambio di tono: l’efficienza non si finanzia con entusiasmo generico, si finanzia quando diventa progetto aggregabile. Qui entrano in gioco ESCO (Energy Service Company), contratti EPC (Energy Performance Contracting), piattaforme di retrofit su larga scala, e strumenti che trasformano migliaia di micro-interventi in portafogli finanziabili.

Nel quadro più ampio della finanza climatica, i flussi globali sono cresciuti e restano lontani dai fabbisogni. L’efficienza è uno dei modi più “economici” per chiudere il gap, ma richiede ingegneria finanziaria e capacità operativa, non solo buone intenzioni.

È qui che la sostenibilità narrata si inceppa: parlare di riqualificazione è facile. Mettere a terra cantieri, misurare performance, gestire il rischio tecnico e quello di credito è il motivo per cui il capitale seleziona pochi operatori e pochi modelli.

Elettrificazione dei consumi: mobilità elettrica e calore (la domanda che ridisegna i mercati)

Se le rinnovabili sono l’offerta, l’elettrificazione è la domanda che rende tutto irreversibile. Nel 2026 i capitali continuano a seguire la trasformazione del consumo finale: veicoli elettrici e infrastrutture di ricarica, ma anche pompe di calore, reti di teleriscaldamento evolute, elettrificazione industriale dove tecnicamente possibile.

BNEF, nelle sue analisi, evidenzia da anni come l’“electrified transport” sia tra i capitoli più grandi degli investimenti di transizione. Non è solo una scommessa su un prodotto (l’auto): è una scommessa su una nuova infrastruttura — ricarica, software, gestione di flotta, demand response — e su un nuovo equilibrio tra rete e consumatori.

Eppure il 2026 è anche l’anno in cui l’elettrificazione viene finanziata con maggiore cautela: non basta “EV”. Serve esposizione ai segmenti con domanda robusta (flotte, logistica urbana, charging in nodi strategici) e modelli di business dove il rischio di utilizzo è coperto da contratti, non da speranze.

Perché questi cinque vincono e altri restano indietro

A parità di “buona causa”, il capitale sceglie ciò che riesce a trasformare l’urgenza climatica in strutture di rendimento. Questi cinque settori hanno un vantaggio comune: sono vicini al cuore del sistema elettrico e alla sua traiettoria inevitabile (più elettricità, più rete, più flessibilità, meno spreco).

Altri ambiti, pur cruciali per la decarbonizzazione, faticano di più ad attrarre capitali “mainstream” perché sono meno standardizzabili o più dipendenti da politiche instabili: pensiamo a certe filiere hard-to-abate, a soluzioni ancora pre-commerciali o a tecnologie che richiedono un prezzo della CO₂ credibile e duraturo per diventare bancabili. Non è un giudizio di merito: è un giudizio di rischio.

E qui si misura una verità scomoda: la finanza verde non è la coscienza del mercato, è il suo radar. Intercetta segnali dove il ritorno è difendibile. Il resto, spesso, ha bisogno di policy più stabili, di garanzie pubbliche, o di un’architettura regolatoria che trasformi l’interesse collettivo in incentivi coerenti.

Nel 2026 la finanza verde smette di essere una bandiera e diventa un’infrastruttura

La stagione degli slogan facili sta finendo. Non perché la transizione sia meno urgente, ma perché è più concreta, più costosa, più ingegneristica.
Nel 2026 la finanza verde assomiglia sempre meno a un tema reputazionale e sempre più a un gigantesco esercizio di allocazione del capitale: scegliere dove ogni euro produce riduzione di rischio, sicurezza energetica, resilienza industriale.

I cinque settori che attirano più capitali non sono “i più virtuosi” in astratto: sono quelli che hanno imparato a trasformare la decarbonizzazione in progetti replicabili, con governance, contratti, misurazione e capacità di esecuzione. È un passaggio adulto, persino spietato, ma necessario.

La domanda finale, allora, non è se il green crescerà. È che tipo di green vincerà: quello che sa farsi finanziare senza perdere integrità o quello che resta una storia ben raccontata, ma troppo fragile per reggere il peso del capitale.