Fiscal drag, stangata fino a 13 miliardi su stipendi e pensioni: chi rischia di pagare più tasse

Con un’inflazione cumulata al 6% il drenaggio fiscale salirebbe a 9,35 miliardi mentre nello scenario più severo arriverebbe a 12,74 miliardi

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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L’inflazione può far aumentare il prelievo fiscale anche senza un aumento delle aliquote: è questo il meccanismo del fiscal drag, il drenaggio fiscale che torna a pesare su stipendi e pensioni e che nel biennio 2026-2027 potrebbe arrivare fino a 12,74 miliardi di euro negli scenari di inflazione più elevata.

Secondo nuove simulazioni degli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, aggiornate alle previsioni della Banca d’Italia, si stimano nello scenario centrale 8,1 miliardi di euro di fiscal drag nel biennio. Di questi, circa 6 miliardi riguarderebbero i lavoratori dipendenti e altri 2 miliardi i pensionati. Il conto potrebbe però salire.

Fiscal drag, cosa significa per stipendi e pensioni

Con un’inflazione cumulata del 6%, il drenaggio fiscale arriverebbe a 9,35 miliardi. Nello scenario più severo, con inflazione cumulata dell’8,2%, raggiungerebbe 12,74 miliardi, con circa 9 miliardi a carico dei lavoratori e quasi 4 miliardi dei pensionati.

La spiegazione, in breve: quando i prezzi aumentano, anche stipendi e pensioni possono crescere per cercare di recuperare almeno in parte il maggiore costo della vita. Il problema è che scaglioni Irpef e detrazioni non vengono automaticamente adeguati all’inflazione.

Di conseguenza, un aumento nominale del reddito può portare una persona a pagare più imposte anche se, in termini reali, il suo potere d’acquisto non è aumentato nella stessa misura. È il cosiddetto fiscal drag, una sorta di tassa invisibile legata all’inflazione. Quindi, tirando le somme, il problema è che una parte dell’aumento nominale del reddito può essere assorbita dall’Irpef.

Quanto può costare il fiscal drag nel 2026 e nel 2027

Le simulazioni partono dalle ultime previsioni della Banca d’Italia utilizzate nell’analisi. Lo scenario centrale considera un’inflazione del 3,1% nel 2026 e del 2% nel 2027. L’aumento cumulato dei prezzi nel biennio è pari al 5,2%, perché i due tassi annuali si combinano e non si sommano semplicemente. Con questo scenario, il fiscal drag raggiungerebbe 8,1 miliardi di euro.

Scenario inflazione cumulata fiscal drag 2026-2027
centrale 5,2% 8,1 miliardi
avverso 6,0% 9,35 miliardi
più severo 8,2% 12,74 miliardi

Chi ci perde con il fiscal drag

A essere maggiormente esposti sono i contribuenti soggetti alla progressività dell’Irpef e il motivo è legato proprio al funzionamento dell’imposta. Se il reddito nominale aumenta per seguire l’inflazione, ma gli scaglioni fiscali e le detrazioni rimangono invariati, una parte dell’incremento può essere sottoposta a un prelievo maggiore, come è stato detto. Ma questo non significa necessariamente che il contribuente diventi più ricco in termini reali. Anzi, può verificarsi una situazione paradossale: lo stipendio aumenta sulla carta, ma il maggiore reddito non compensa completamente l’aumento dei prezzi e una parte dell’incremento finisce comunque sotto forma di maggiore imposta.

E c’è una differenza rispetto ai redditi che possono beneficiare di regimi sostitutivi o della flat tax: il fiscal drag, infatti, agisce sui redditi sottoposti all’Irpef progressiva.

Il problema dei rinnovi dei contratti

C’è poi un altro elemento evidenziato dai due economisti: il ritardo con cui vengono rinnovati i contratti di lavoro. Secondo Leonardi e Rizzo, ogni mese trascorso senza un recupero dell’inflazione riduce il salario reale e contemporaneamente abbassa il costo del lavoro.

Questo può creare un incentivo per le imprese a rinviare i rinnovi contrattuali, alimentando un meccanismo che penalizza il recupero dei salari.