Ecco le regioni in cui si fanno meno figli

La crisi demografica del nostro Paese è tra le più profonde dell’intero panorama europeo: quali sono le zone d’Italia più in difficoltà secondo l’Istat

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Federico Casanova

Giornalista professionista

Giornalista professionista. Ha lavorato con Mediaset, AGTW, Gazzetta di Parma, Resto del Carlino e Virgilio Notizie. Addetto stampa per diverse campagne elettorali locali e nazionali.

Sul concetto molto discusso di sostituzione etnica – rievocato per ben due volte dal ministro Francesco Lollobrigida in occasione della sua ospitata alla 22° edizione Forum di Confcommercio e Ambrosetti, tenutosi a Roma il 18 e 19 aprile scorsi – si potrebbe argomentare per ore, con la necessità di scomodare storici e antropologi, filosofi e sociologi. La materia infatti è assai scottante, visto l’utilizzo strumentale che ne è stato fatto nel corso dei secoli (in particolare da parte di quei regimi totalitari che hanno caratterizzato la vita politica europea nella prima parte del Novecento).

Molto più semplice e immediata è l’analisi che si può fare del concetto di crisi demografica, un fenomeno che ormai da alcuni decenni – ossia dall’avvento della Seconda Repubblica ad inizio anni Novanta (cesura che citiamo solamente come riferimento temporale e non come fattore scatenante) – sta interessando l’Italia e che molto probabilmente porterà ben presto il nostro Paese a diventare uno dei meno popolosi di tutto il continente europeo.

Crollo demografico e politiche per le famiglie: il paragone con Francia e Spagna

Accade infatti che i nostri più stretti vicini di casa come Francia e Spagna – molto simili a noi sia dal punto di vista geografico, sia per quanto riguarda la composizione sociale – abbiano saputo intraprendere una strada diametralmente opposta alla nostra sul tema della natalità e del correlato argomento delle politiche per la famiglia.

A Parigi il presidente Emmanuel Macron ha da tempo varato un potente piano di incentivi per tutte le famiglie francesi che: un sistema di aiuti e agevolazioni (dagli sgravi sulle rette scolastiche ai bonus per l’acquisto dei prodotti per l’infanzia, fino al congedo parentale per i genitori di entrambi i sessi) che sta consentendo alle coppie d’oltralpe di riempire le culle delle proprie case con molta meno ansia e preoccupazione rispetto ai corrispettivi di casa nostra.

Una cosa simile si sta verificando anche sotto la guida del leader socialista Pedro Sanchez, che da quando si è insediato come primo ministro dello Stato iberico ha tenuto sempre sotto stretta osservazione il fenomeno delle nuove nascite, puntando su un sistema di tutele economiche rivolte proprio alle nuove generazioni. Una scelta che sta portando anche Madrid ad un’inversione di tendenza rispetto agli anni passati: le famiglie ritrovano ottimismo e cala l’apprensione nei confronti delle condizioni di vita che troveranno i loro discendenti nel prossimo futuro a breve termine.

Le regioni italiane in cui nascono meno bambini

In Italia invece il calo demografico – che, secondo i recenti dati diffusi dall’ISTAT, ha assunto la forma di un vero e proprio crollo – sembra davvero inarrestabile: nel 2022 per la prima volta nella nostra nazione la comparsa di nuovi bebè è stata inferiore alle 400mila unità (392mila per l’esattezza). Per ritrovare un risultato così basso occorre andare indietro nel tempo al primo Dopoguerra. Un problema alimentato anche dal numero dei decessi (ben 712mila negli scorsi dodici mesi).

Osservando il tasso di fecondità (che calcola il numero di figli per donna in un dato territorio), le regioni che soffrono maggiormente questa crisi sono la Sardegna (0,95), il Molise e la Basilicata (1,09 ciascuna). Poco meglio fanno l’Umbria (1,13) e il Lazio (1,16), mentre i numeri più confortanti cono per l’Emilia-Romagna (1,28), la Campania (1,33), la Sicilia (1,35) e soprattutto il Trentino-Alto Adige, dove la cifra si assesta ad un incoraggiante 1,51 figli per ogni donna presente in regione.