Secondo l’ultimo bollettino sulla ricchezza dei settori istituzionali, pubblicato il 28 gennaio da Istat in collaborazione con la Banca d’Italia, alla fine del 2024 la ricchezza netta complessiva delle amministrazioni pubbliche italiane ha registrato un saldo negativo, pari a -1.522 miliardi di euro, in peggioramento rispetto al 2023. La causa principale è attribuibile alla crescita delle passività finanziarie, aumentate del 3% nell’ultimo anno, mentre le attività sono rimaste sostanzialmente stabili.
Questo numero, da solo, è già di forte impatto. Ma per comprenderne il significato reale, sia per le finanze pubbliche sia per la qualità della politica economica nazionale, è necessario digerire prima qualche concetto chiave.
Indice
Cos’è la ricchezza netta delle amministrazioni pubbliche
A differenza della più nota misura del debito pubblico, la ricchezza netta di un settore istituzionale (come le amministrazioni pubbliche) include tutte le attività e le passività registrate a livello contabile. Non solo debiti ma anche attività reali (come immobili, infrastrutture, concessioni) e finanziarie (titoli, depositi, crediti vari).
La ricchezza netta si ottiene quindi sottraendo le passività totali alle attività totali. Nel caso delle amministrazioni pubbliche italiane, il saldo di -1.522 miliardi di euro indica un eccesso strutturale di debiti rispetto alle risorse patrimoniali disponibili.
Perché questo peggioramento è preoccupante
Il report Istat evidenzia che la principale causa del peggioramento è stata l’aumento delle passività del 3% nel 2024.
Questo non deriva da un salto improvviso delle spese correnti, ma piuttosto da un combinato incremento della componente di debito pubblico (titoli di Stato e altri strumenti finanziari) e di altri debiti finanziari verso l’estero o verso operatori economici (compresi enti previdenziali o controparti pubbliche e private).
Queste passività maggiori non sono state controbilanciate da un aumento significativo delle attività patrimoniali delle amministrazioni pubbliche, che hanno mantenuto un valore sostanzialmente stabile rispetto al 2023.
Tuttavia, è importante non confonderle con il debito pubblico nazionale che comunque, secondo le ultime stime, si mantiene tra i più alti d’Europa, attorno al 135% del Pil nel 2024.
Ma mentre il debito nazionale misura solo i titoli emessi dallo Stato e dagli enti pubblici, la ricchezza netta comprende anche le attività dello Stato (come immobili, infrastrutture), che in molti casi non vengono valorizzate adeguatamente nei conti. In Italia questa valorizzazione risulta meno forte rispetto ad altri Paesi, contribuendo a un quadro più negativo.
Solo Italia e Francia in Europa peggiorano
Nel confronto internazionale, Italia e Francia sono gli unici due Paesi in cui il rapporto tra ricchezza netta delle amministrazioni pubbliche e Pil è peggiorato nel 2024.
Questo significa che, mentre in altri Paesi europei la ricchezza netta pubblica si mantiene più stabile o migliora (grazie a migliori performance delle attività pubbliche o a riduzioni mirate delle passività), in Italia il valore patrimoniale complessivo si è deteriorato rispetto alla dimensione dell’economia nazionale.
La Francia, spesso confrontata all’Italia per dimensione economica e struttura istituzionale, soffre di un profilo simile dovuto a spese crescenti e investimenti pubblici elevati con un ritorno patrimoniale non sempre adeguato. Complice anche una struttura di spesa rigida e vincolata da spese sociali crescenti.
Interpretazioni e cause strutturali
Il Pil italiano cresce a ritmi contenuti (sotto l’1% all’anno), rendendo il rapporto tra ricchezza netta pubblica e dimensione dell’economia più sensibile a scostamenti negativi.
Inoltre, gli investimenti pubblici destinati a far aumentare il patrimonio reale dello Stato (infrastrutture, tecnologie, innovazione, beni immobili produttivi) risultano spesso in ritardo rispetto alla media Ue, frenando la creazione di attività che potrebbero compensare il debito.
Il peggioramento della ricchezza netta delle PA è l’indicatore di una fragilità strutturale dei conti pubblici italiani, legata a un mix di:
- rigidi impegni di spesa;
- investimenti insufficienti per creare attività produttive;
- debito pubblico elevato;
- dinamiche demografiche sfavorevoli.