Prezzo del petrolio mai così alto, +59% con lo Stretto di Hormuz chiuso

Il Brent registra il più grande rialzo mensile di sempre mentre lo Stretto di Hormuz è ancora bloccato. Quale futuro per il petrolio

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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Marzo 2026 entra negli archivi come il mese più caldo di sempre per il prezzo del petrolio.

Il Brent ha registrato un balzo senza precedenti: +59% dal 28 febbraio, il più alto incremento mensile dalla nascita dei futures nel 1988. Un’accelerazione che supera persino il picco del 1990 durante la guerra del Golfo. La mattina dell’1 aprile si è aperta con le quotazioni del Brent a 103,72 dollari al barile (-0,24%) mentre il Wti è passato a 101,69 dollari (+0,24%).

Cosa è successo al prezzo del petrolio

Alla base di questo shock c’è la crisi geopolitica in Medio Oriente, con la guerra fra Stati Uniti/Israele e Iran e, soprattutto, la paralisi dello Stretto di Hormuz, snodo vitale da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

La chiusura di fatto dello stretto da parte di Teheran ha generato una contrazione improvvisa dell’offerta globale di petrolio.

Secondo le stime degli analisti, sono già stati sottratti al mercato circa 300 milioni di barili, equivalenti a quasi tre giorni di consumi mondiali. Un’interruzione che gli osservatori definiscono ben più grave rispetto allo shock del 2022 legato alla guerra in Ucraina.

Le conseguenze:

  • raffinerie asiatiche costrette a ridurre la produzione fino a 2,5 milioni di barili al giorno;
  • circa 10 milioni di barili bloccati nei Paesi del Golfo;
  • tensioni crescenti su tutta la filiera energetica globale.

Benzina e diesel quasi raddoppiati

L’impatto non riguarda solo il greggio. I prodotti raffinati stanno registrando aumenti ancora più forti:

  • carburante per aerei e diesel quasi raddoppiati dall’inizio dell’anno;
  • benzina negli Stati Uniti sopra i 4 dollari al gallone, massimo dal 2022;
  • WTI in crescita di oltre il 55% nel solo mese di marzo.

Un effetto a catena che si sta già trasferendo sull’inflazione, soprattutto in Europa, dove l’energia torna a trainare la crescita dei prezzi.

Inflazione e mercati

Il rialzo del petrolio sta producendo effetti a catena. L’Eurozona registra un’inflazione in risalita al 2,5%, mentre i mercati finanziari chiudono marzo in forte calo.

Le principali Borse europee segnano perdite:

  • Francoforte -10,5%;
  • Parigi -8,9%;
  • Milano -6,1%;
  • Londra -6,7%.

L’indice Euro Stoxx 600 archivia il peggior mese dal 2022, cancellando i guadagni di inizio anno. A soffrire sono soprattutto i settori più esposti ai costi energetici, mentre i titoli petroliferi registrano performance opposte.

Le previsioni: Brent verso i 110 dollari

Gli analisti indicano uno scenario ancora instabile. Le stime più accreditate prevedono:

  • Brent a 110 dollari al barile nel secondo trimestre;
  • stabilizzazione attorno ai 100 dollari nella seconda metà dell’anno.

Ma il mercato potrebbe non aver ancora prezzato completamente il rischio geopolitico. Finché il conflitto continuerà e lo Stretto di Hormuz resterà sotto minaccia, la pressione sui prezzi resterà elevata. Si aggiunge il rischio di una nuova spirale prezzi-salari.

Il rischio è quello già visto nel 2022:

  • aumento dei costi energetici;
  • trasferimento sui prezzi al consumo;
  • pressione sui salari;
  • nuova accelerazione inflazionistica.

L’Unione europea valuta ora misure di riduzione della domanda, maggiore utilizzo di biocarburanti e strategie per gestire una possibile interruzione prolungata delle forniture.

La variabile riguarda ora la durata della guerra in Iran: se la crisi dovesse prolungarsi, marzo 2026 potrebbe essere solo l’inizio di una nuova fase alla quale il mondo dovrebbe abituarsi. E il prezzo dei carburanti in rialzo è solo una delle variabili da tenere in considerazione.