Il Pil del 2026 salirà a +2,9%, ecco qual è la nuova locomotiva d’Italia

Il 2026 vede un Pil nominale di oltre 2.300 miliardi, ma la crescita reale resta modesta. L’Emilia-Romagna guida l’Italia, superata la Lombardia

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Giorgio Pirani

Giornalista economico-culturale

Giornalista professionista esperto di tematiche di attualità, cultura ed economia. Collabora con diverse testate giornalistiche a livello nazionale.

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Secondo l’Ufficio studi della Cgia, il Pil nazionale in termini nominali supererà nel 2026 i 2.300 miliardi di euro, con un incremento di 66 miliardi (+2,9%) rispetto al 2025.

Tuttavia, il dato più significativo e meno ottimistico è quello della crescita reale, che si attesterebbe a un modesto +0,7%. Quasi nulla, quindi, che conferma un pericoloso stato di stagnazione e sottolinea le persistenti difficoltà del sistema Paese nel generare una ripresa solida e duratura.

L’Emilia-Romagna sorpassa il Veneto

La mappa regionale della crescita subirà un cambiamento di leadership. Se nel 2025 l’economia era trainata dal Veneto (+0,66%), nel 2026 la locomotiva d’Italia dovrebbe essere l’Emilia-Romagna, con un incremento previsto dello +0,86%. Dietro di lei si posizionano Lazio (+0,78%), Piemonte (+0,74%), Friuli-Venezia Giulia e Lombardia (entrambe a +0,73%). In coda alla classifica si trovano invece Sicilia (+0,28%), Basilicata (+0,25%) e, fanalino di coda nazionale, la Calabria (+0,24%).

  • Emilia-Romagna +0,86%;
  • Lazio +0,78%;
  • Piemonte +0,74%;
  • Friuli-Venezia Giulia +0,73%;
  • Lombardia +0,73%;
  • Campania +0,72%;
  • Valle d’Aosta +0,70%;
  • Umbria +0,66%;
  • Abruzzo +0,66%;
  • Veneto +0,64%;
  • Molise +0,62%;
  • Toscana +0,62%;
  • Puglia +0,54%;
  • Sardegna +0,53%;
  • Trentino-Alto Adige +0,50%;
  • Marche +0,42%;
  • Liguria +0,42%;
  • Sicilia +0,28%;
  • Basilicata +0,25%;
  • Calabria +0,24%.

I dati a livello provinciale

Scendendo a livello provinciale, la crescita più vigorosa è prevista a Varese (+1%). Pesano la posizione strategica tra area milanese e Svizzera, un export forte e una manifattura specializzata. Seguono Bologna (+0,92%), Reggio Emilia (+0,91%), Biella (+0,90%) e Ravenna (+0,89%).

  • Varese +1,00%;
  • Bologna +0,92%;
  • Reggio Emilia +0,91%;
  • Biella +0,90%;
  • Ravenna +0,89%;
  • Trieste +0,87%;
  • Forlì-Cesena +0,85%;
  • Modena +0,84%;
  • Ferrara +0,84%;
  • Torino +0,83%.

Questi dati confermano il primato del Centro-Nord, con un’evidenza lampante: il cuore pulsante dello sviluppo batte lungo la Via Emilia. Tra le prime 15 province, ben 6 sono attraversate da questa storica arteria. Il Mezzogiorno, pur con una crescita modesta, potrebbe contare su alcuni segnali positivi dalla Campania, come le province di Caserta e Napoli che registrano rispettivamente un +0,76% e 0,75%. Quelle che potrebbero registrare una contrazione sono siciliane: Enna (-0,02%) e Ragusa (-0,05%).

Motori e freni della crescita

La tenuta dell’economia nel 2026 poggerebbe su alcuni pilastri fondamentali, mentre altri inizierebbero a mostrare segni di cedimento. Il contributo principale dovrebbe venire dalla ripresa delle esportazioni (+1%), segno di una residua competitività del tessuto produttivo sui mercati internazionali. A sostenere la domanda interna contribuirebbero poi la stabilità dei consumi delle famiglie (+0,6%) e della Pubblica Amministrazione (+0,5%). Il punto di maggiore criticità si registra invece nel netto rallentamento degli investimenti, la cui crescita scenderebbe allo +0,7% dal +2,4% del 2025.

Tuttavia, il problema più profondo è un altro. Secondo l’Ufficio Studi:

il nostro Paese – analogamente a Francia e Germania – continua a manifestare difficoltà nel consolidare una crescita strutturale, prospettando così un ulteriore anno di stagnazione economica che auspichiamo possa essere l’ultimo. Sia chiaro: il problema non è tanto la ciclicità congiunturale, quanto l’assenza di fattori endogeni capaci di sostenere nel tempo l’espansione del Pil. Al netto degli anni del Covid (2020-2022), da oltre 20 anni la crescita italiana rimane sistematicamente inferiore alla media europea.

Per la Cgia, l’incremento dell’Italia è sistematicamente al di sotto della media europea, sintomo di debolezze croniche in:

  • produttività del lavoro e del capitale;
  • efficienza della Pubblica Amministrazione;
  • qualità e valorizzazione del capitale umano.