Bankitalia taglia le stime sul Pil, crescita zero con la guerra in Iran

L'istituto centrale corregge le previsioni di dicembre, lanciando l'allarme sui prezzi dell'energia e gli effetti su consumi e investimenti. Dalla stagnazione nel 2026 si rischia la recessione nel 2027. Gli scenari possibili

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Maurizio Perriello

Giornalista politico-economico

Giornalista e divulgatore esperto di geopolitica, guerra e tematiche ambientali. Collabora con testate nazionali e realtà accademiche.

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La guerra in Medio Oriente potrebbe costare all’Italia molto più di quanto si pensi. Non solo congelamento e stagnazione dell’economia, ma anche recessione. A tracciare gli scenari possibili in caso di conflitto prolungato è Bankitalia, secondo cui può profilarsi il rischio di crescita zero nel 2026 e segno negativo l’anno prossimo.

Nell’aggiornamento delle previsioni stilate a dicembre, l’istituto centrale pone l’accento in particolare su due fattori: quotazioni del petrolio e dinamiche di prezzi e consumi. Con inevitabile riduzione delle stime sul Pil italiano.

Lo scenario moderato: Pil allo 0,5% nel 2026 e nel 2027

Lo scenario di base disegnato dalla Banca d’Italia fa riferimento alle quotazioni di mercato aggiornate a fine marzo. E vede un rallentamento del Pil allo 0,5% nel 2026 e anche nel 2027, con un lieve rialzo allo 0,8% nel 2028. Nel totale del triennio, però, si tratta di mezzo punto in meno rispetto alle considerazioni pubblicate a fine 2025. Una revisione indotta soprattutto dal rincaro dei beni energetici.

Il quadro generale delineato nel report di quattro pagine dell’istituto vede una crescita italiana che non s’arresta del tutto, ma quasi. Lo shock delle quotazioni su petrolio e gas viene gradualmente riassorbito nei prossimi mesi, portando il Pil 2026 a +0,5% rispetto al +0,6% delle stime di dicembre e il Pil 2027 dallo 0,8% allo 0,5%.

Completa il panorama l’inflazione, in salita al 2,6% quest’anno, oltre la soglia stabilita dalla Bce, per poi tornare sotto il 2% l’anno seguente. Il tutto per effetto preponderante dei prezzi dell’energia: petrolio a 103 dollari al barile e gas a 55 euro al megawattora nella media del secondo trimestre. Su base annua, i listini vedrebbero 89,7 dollari per il greggio e 51,3 euro per il gas.

Lo scenario peggiore: dalla stagnazione alla recessione

Da Via Nazionale fanno tuttavia sapere che le previsioni sono vincolate a incognite non da poco: “Aumento dell’incertezza, deterioramento della fiducia e tensioni sui mercati finanziari, con irrigidimento delle condizioni di finanziamento“. In caso di dati ulteriormente negativi, l’Italia rischierebbe una crescita zero quest’anno e una contrazione dello 0,6% del Pil nel 2027. In particolare se il prezzo del petrolio dovesse superare i 150 dollari al barile nel 2026 e i 120 dollari nei due anni successivi, e se il costo del gas viaggiasse sopra i 120 dollari a megawattora.

Fermo restando che Usa e Israele stanno già negoziando una via d’uscita con l’Iran senza che nessuno appaia sconfitto agli occhi delle rispettive opinioni pubbliche, gli effetti di lungo corso sull’economia italiana si dipaneranno anche nei mesi a venire.

In questo caso il martello dell’inflazione si abbatterebbe con maggiore forza sulla nostra economia reale, salendo al 4,5% nel 2026, al 3,3% nel 2027 e al 2,2% nel 2028. L’effetto domino innescato dall’impennata dei costi energetici coinvolgerebbe a cascata altri ambiti, provocando l’erosione del potere d’acquisto e costi maggiori per le imprese. Il mix sarebbe letale: crescita bassa e prezzi in salita.

Gli effetti sulle famiglie, aumenti di 860 euro all’anno

La dinamica dei prezzi descritta da Bankitalia andrebbe così a colpire il reddito disponibile delle famiglie, causando una “crescita debole dei consumi”. Secondo i calcoli del Codacons, ciò si tradurrebbe in aumenti di 860 euro annui per famiglia.

A pagare le conseguenze del rallentamento dell’economia italiana sarebbero anche gli investimenti delle imprese, che avevano trainato la ripresa dei prestiti bancari negli ultimi mesi in settori cruciali della nostra industria, in particolare macchinari e attrezzature. Forse soltanto il settore edilizio resterebbe schermato dallo scudo dei fondi garantiti dal Pnrr.

Come sottolineato dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, gran parte del nostro futuro economico dipenderà dall’effettiva durata del conflitto. Perché, anche in caso di un cessate il fuoco a stretto giro, la normalizzazione del mercato dell’energia richiederà tempi molto più lunghi. Con inevitabili ricadute sul settore dell’export, autentico traino dell’economia italiana.