Asili nido, posti in aumento del 3% ma è merito della denatalità

La copertura dei servizi per la prima infanzia sfiora il 32%, ma l'aumento dei posti è influenzato dal calo dei nati. Il Sud è fermo al 15%.

Foto di Emanuela Colatosti

Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

3 min di lettura

L’offerta di asili nido e servizi per la prima infanzia mostra segnali di espansione numerica. I posti disponibili nei nidi, pubblici e privati, sono saliti a 378.500 nell’anno educativo 2023/2024, con un incremento del 3,4% rispetto all’anno precedente: l’Italia si trova così a solo un punto percentuale dall’obiettivo storico del 33% recepito con il decreto legislativo 65/2017.

Se si considerano, però, i parametri europei fissati in sede Ue per il 2030, il lavoro da fare resta immenso: la copertura richiesta per soddisfare la domanda della prima infanzia dovrà raggiungere almeno il 45%. Inoltre, il dato di miglioramento va letto all’interno della cornice dell’inverno demografico, che mostra come pura distorsione ottica l’avanzamento dell’indicatore nazionale.

La denatalità

A spingere al rialzo la percentuale di copertura non è soltanto l’aumento dei servizi attivati sul territorio, che pure c’è stato, ma il costante calo demografico. I dati Istat evidenziano come il numero di residenti nella fascia 0-2 anni sia in contrazione da diversi anni: dai 400.000 nati del 2021 si è scesi ai 379.890 del 2023, fino ai circa 370.000 rilevati nel 2024. Un dato drammaticamente distante dagli oltre 576.000 nati del 2008.

A fronte di circa 12.000 posti fisici in più creati nell’ultimo anno, la contrazione della platea dei piccoli beneficiari contribuisce in modo determinante al miglioramento formale dell’indicatore. La forbice delle disuguaglianze, in sostanza, appare meno ampia soltanto perché ci sono meno bambini.

Due Paesi, due servizi

L’andamento dell’offerta è segnato da profonde spaccature geografiche. Come analizzato da Openpolis con Con i Bambini, sono 13 le Regioni che hanno superato la soglia del 33%:

  • Umbria (48,4%);
  • Emilia-Romagna (44,2%);
  • Valle d’Aosta (43,8%);
  • Toscana (42,1%);
  • Friuli-Venezia Giulia (40,8%);
  • Lazio (39,8%);
  • Sardegna (39,5%);
  • Lombardia (38,9%);
  • Trentino-Alto Adige (38,2%);
  • Liguria (36,5%);
  • Piemonte (35,4%);
  • Veneto (34,8%);
  • Marche (33,6%).

Il Mezzogiorno rimane in forte ritardo: la Campania registra un tasso del 15,4%, la Sicilia del 15,5% e la Calabria il 17,2%.

Accanto alla cronica differenza tra Nord e Sud emerge una seconda frattura strutturale, che separa i grandi centri urbani dalle aree interne e di montagna:

  • nei comuni polo la disponibilità raggiunge mediamente il 38,7%, con punte superiori al 60% in capoluoghi come Nuoro, Sassari, Siena e Ferrara;
  • nei comuni di cintura (gli hinterland dei grandi agglomerati) l’offerta scende al 29%, a fronte di un aumento della popolazione residente;
  • nelle aree interne la media crolla al 24,5%, riducendosi fino al 20,4% nei comuni ultraperiferici (distanti oltre un’ora dai servizi essenziali).

In particolare nei territori montani, che costituiscono oltre il 35% della superficie nazionale e dove i redditi medi sono inferiori alla media regionale, la scarsità di infrastrutture educative rappresenta uno dei principali fattori di spopolamento per le giovani famiglie, motivo per cui si è contestata la revisione dei criteri per accedere ai fondi per le comunità montane.

Le periferie delle grandi città

Un ragionamento a parte riguarda le grandi metropoli che, pur raggiungendo o sfiorando a livello aggregato i target europei, nascondono profonde distorsioni interne tra centro e periferie. I dati regionali del Lazio e della Lombardia mostrano ottime medie complessive, ma la reale collocazione dei posti crea cortocircuiti di accesso per i lavoratori.

A Roma, ad esempio, i nidi del centro storico presentano spesso posti vuoti a causa dello spopolamento e della turistificazione del tessuto abitativo, mentre la domanda delle famiglie si è concentrata in modo esponenziale nei quartieri periferici e lungo il Grande Raccordo Anulare. A questo si aggiunge la rigidità dei criteri di residenza, che esclude gran parte dei lavoratori pendolari