Pensioni, tasso di sostituzione in diminuzione: -17 punti rispetto allo stipendio

Secondo il Focus Censis-Confcooperative, il tasso di sostituzione scenderà dall’81,5% al 64,8% per chi è entrato nel lavoro nel 2022

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Claudio Cafarelli

Giornalista e content manager

Giornalista pubblicista laureato in economia, appassionato di SEO e ricerca di trend, content manager per agenzie italiane e straniere

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Un divario di quasi 17 punti percentuali tra l’ultima busta paga e il primo assegno pensionistico. È lo scenario che emerge dal Focus Censis-Confcooperative “Pensioni, ipoteca sul futuro?”, che mette a confronto la situazione di chi oggi lascia il lavoro con quella di chi entrerà in pensione nel 2060.

Secondo l’analisi, un lavoratore andato in pensione a 67 anni dopo 38 anni di carriera continuativa nel settore privato può contare su un tasso di sostituzione netto pari all’81,5%. Significa che il primo assegno pensionistico copre oltre quattro quinti dell’ultima retribuzione. Per un 33enne entrato nel mercato del lavoro nel 2022, con la stessa carriera e la stessa età di uscita, il tasso di sostituzione si fermerebbe invece al 64,8%.

La distanza è di 16,7 punti percentuali. La forbice tra ultima retribuzione e primo assegno passerebbe così dal 18,5% per i pensionati di oggi al 35,2% per quelli di domani.

Il tasso di sostituzione, quanto si perde rispetto allo stipendio

Il tasso di sostituzione misura il rapporto tra l’ultimo stipendio percepito e il primo assegno pensionistico. Più è alto, minore è la perdita di reddito al momento del pensionamento.

Nel caso di una persona che ha iniziato a lavorare nel 1982 a 29 anni e ha concluso la carriera nel 2020 a 67 anni con 38 anni di contributi, la pensione copre l’81,5% dell’ultima retribuzione. Per chi ha iniziato a lavorare nel 2022 alla stessa età e maturerà i medesimi requisiti nel 2060, la copertura scenderebbe al 64,8%.

Italia prima per spesa, ma salari tra i più bassi

L’Italia registra il livello più elevato di spesa pensionistica in rapporto al Pil tra i Paesi europei: nel 2023 ha raggiunto il 15,5%, contro una media Ue del 12,3%. Il confronto con gli altri Stati è significativo. La Francia si attesta al 14,6%, l’Austria al 14,4%, la Grecia al 14,0% e la Spagna al 13,2%. Germania e Danimarca si fermano all’11,5%.

Nonostante l’elevata incidenza della spesa previdenziale, l’Italia è terzultima in Europa per valore delle retribuzioni e venticinquesima per incidenza dei salari sul Pil, pari al 28,9%, contro il 44,9% della Germania.

La retribuzione lorda media annua nel settore privato è di 24.486 euro. Un livello salariale contenuto che incide direttamente sulla capacità del sistema di generare contributi adeguati per finanziare le pensioni future.

La contrazione della popolazione attiva

A pesare sul sistema è anche la dinamica demografica. Tra il 2025 e il 2050 la popolazione in età lavorativa è destinata a ridursi di 7,7 milioni di unità, pari a un calo del 20,5% della forza lavoro attuale.

Nello stesso periodo, la popolazione complessiva diminuirà di 4,3 milioni di persone. La riduzione dei contribuenti attivi comporta una pressione crescente su un sistema pensionistico basato in larga parte sul meccanismo della ripartizione.

Oggi i pensionati in Italia sono 16,3 milioni e percepiscono un assegno medio di 1.861 euro lordi. Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati rappresenta uno degli elementi chiave per la sostenibilità del sistema nel lungo periodo.

Lavoratori poveri e fragilità occupazionale

Lo studio evidenzia anche il tema della povertà lavorativa. Attualmente il 10,3% degli occupati, pari a circa 2,4 milioni di persone, è a rischio povertà. Tra i giovani under 30 la quota sale al 12%, coinvolgendo circa 349.000 individui. La povertà assoluta incide maggiormente tra gli operai, con una percentuale del 15,6%, mentre riguarda solo il 2,9% tra dirigenti e quadri.