Lavorare dopo la pensione anticipata o di anzianità è possibile? Tutti i limiti

Chi è in pensione può lavorare tranquillamente senza vedersi tagliare l'assegno previdenziale, ma solo se ha maturato alcuni requisiti

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Pierpaolo Molinengo

Giornalista

Giornalista specializzato in fisco, tasse ed economia. Muove i primi passi nel mondo immobiliare, nel occupandosi di norme e tributi, per poi appassionarsi di fisco, diritto, economia e finanza.

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È possibile lavorare mentre si riceve la pensione? È una domanda che si pongono molte persone che, raggiunta l’età per andare in quiescenza, si ritrovano con un assegno previdenziale ridotto al lumicino, con il quale riescono malapena a coprire le spese mensili. In linea di principio, la normativa approvata nel 2009 ha abolito completamente il divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro.

Purtroppo questa libertà presenta una serie di eccezioni. Le pensioni anticipate speciali, per esempio, impediscono completamente di lavorare fino al raggiungimento dei 67 anni. In alcuni casi l’assegno viene drasticamente ridotto quando dovessero essere superate determinate soglie reddituali.

Prima di sottoscrivere un nuovo contratto di lavoro o aprire la partita Iva, a questo punto, conviene comprendere quanto questo tipo di operazione convenga realmente.

Con la pensione di vecchiaia si può lavorare

Quanti percepiscono la pensione di vecchiaia possono lavorare senza problemi: non ci sono limiti. Oggi questo assegno previdenziale arriva al raggiungimento dei 67 anni con almeno 20 anni di contributi alle spalle (tali requisiti sono stati confermati, infatti, anche per il 2026).

Dal giorno successivo a quello del pensionamento è possibile iniziare a lavorare come dipendente, come autonomo o occasionale. Da parte sua l’Inps non sospende l’assegno e non lo riduce.

Questo significa che è possibile firmare un contratto a tempo indeterminato, determinato o part-time. Ma è possibile anche aprire la partita Iva e scegliere il regime fiscale più adatto alle proprie esigenze.

La normativa non pone dei limiti quantitativi o qualitativi: il reddito da lavoro si andrà a sommare a quello da pensione ai fini Irpef e dovranno essere pagate le imposte sulla base dell’aliquota che è stata raggiunta.

Le regole che abbiamo visto fino a questo momento valgono sia per chi è andato in pensione (di vecchiaia) con il sistema retributivo o misto (quindi ha versato dei contributi prima del 1996) e per chi invece ci è andato con il contributivo puro, avendo iniziato a lavorare dopo il 1996,

Cosa è cambiato nel 2009

Quanti sono andati in pensione prima del 2009 si ricordano che c’erano dei vincoli molto precisi e, soprattutto, più severi. Il Decreto Legge n. 112/2008, però, ha cancellato ogni impedimento, almeno per la pensione di vecchiaia.

L’unica accortezza che si deve avere in questo caso è quella di chiudere il rapporto di lavoro dipendente prima di andare in pensione. L’interruzione permette unicamente di avviare il trattamento previdenziale. Una volta che inizia ad arrivare l’assegno previdenziale si può iniziare a lavorare: è possibile farsi riassumere dallo stesso datore di lavoro o da uno diverso.

Come viene gestita la tassazione e i contributi

Quando si riprende a lavorare dopo la pensione, iniziano a essere versati nuovamente i contributi, che sono gestiti come segue:

  • per i dipendenti sono in parte a carico dello stesso lavoratore (il 9,19% dello stipendio) e in parte a carico del datore di lavoro;
  • gli autonomi con partita Iva devono versare i contributi alla cassa di appartenenza – in questo caso tutto l’onere è a loro carico.

Questi versamenti previdenziali non vanno completamente persi: l’Inps riconosce un supplemento di pensione che si basa sui nuovi contributi che vengono versati.

Siamo davanti a una vera e propria integrazione a cui si ha diritto dopo 5 anni dalla decorrenza originaria o dall’ultimo supplemento che è stato versato.

Viene effettuato un nuovo calcolo che tiene conto dei contributi che sono stati versati nel quinquennio: l’aumento della pensione è definitivo, non temporaneo.

Cosa succede con la pensione anticipata ordinaria

La situazione è molto simile per quanti percepiscono una pensione anticipata ordinaria, a cui oggi si ha diritto nel momento in cui sono stati maturati 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi di contributi per le donne. Non sono previsti dei requisiti anagrafici.

È possibile cumulare liberamente i redditi da lavoro con quelli da pensione, così come abbiamo visto con quella di vecchiaia. Anche in questo caso non c’è alcuna riduzione, non ci sono dei divieti, ma soprattutto non è necessario inoltrare alcun tipo di comunicazione all’Inps.

Quando scatta il divieto di cumulo

Il divieto di cumulo pensione/reddito da lavoro inizia a scattare quando si tratta degli altri trattamenti previdenziali. In questo caso le indicazioni ci vengono fornite direttamente dall’articolo 14, comma 3, del Decreto Legge n. 4/2019, che spiega esplicitamente che:

La pensione non è cumulabile, […] fino alla maturazione dei requisiti per l’accesso alla pensione di vecchiaia, con i redditi da lavoro dipendente o autonomo.

A essere interessate da questa regola sono le cosiddette pensioni anticipate speciali, che sono state introdotte nel corso degli ultimi anni, come l’Ape Sociale, Quota 103 o la pensione anticipata precoci.

Grazie a queste formule i lavoratori hanno la possibilità di uscire un po’ prima dal lavoro, ma devono sottostare a vincoli molto severi dal punto di vista dei cumuli. Il legislatore ha voluto evitare che si facesse ricorso a dei prepensionamenti senza che ci fosse un effettivo ritiro dal mondo del lavoro.

Quota 103

Chi ha avuto accesso a Quota 103, che ha permesso di andare in pensione a 62 anni con 41 di contributi, non può lavorare fino al raggiungimento dei 67 anni. Il divieto è trasversale e copre qualsiasi tipo di attività, anche se è svolta all’estero: non importa se venga effettuata come lavoratore dipendente, come parasubordinato o autonomo.

A questa regola generale c’è una sola eccezione, che coinvolge il lavoro occasionale fino a 5.000 euro lordi l’anno: una volta che viene superata questa soglia, l’Inps sospende l’assegno.

Da sottolineare, a ogni modo, che la sospensione non cancella completamente la pensione, ma opera esclusivamente per il periodo nel quale sono stati prodotti i redditi. Una volta che il soggetto supera i 67 anni, il divieto decade in automatico e diventa possibile cumulare liberamente il reddito da lavoro con quello da pensione, come succede con il trattamento di vecchiaia.

Pensionati anticipati precoci

Discorso simile a quello che abbiamo visto fin qui vale anche per i pensionati anticipati precoci, ossia con i soggetti che hanno maturato 41 anni di contributi, con almeno 12 mesi prima dei 19 anni. Anche per loro vale il divieto totale.

Non c’è alcuna eccezione, nemmeno per i 5.000 euro che abbiamo visto in precedenza per l’occupazione occasionale. Non è possibile svolgere alcun tipo di attività lavorativa.

Ape Sociale

Sono previsti dei limiti anche per l’Ape sociale, che richiede di aver compiuto almeno 63 anni e 5 mesi, con 30 o 36 anni di contributi a seconda della categoria di appartenenza. Quanti hanno ottenuto la certificazione dal 2024 non possono cumulare il reddito da lavoro con quello da pensione fino al raggiungimento dei 67 anni di età. L’unica eccezione a questa regola è prevista per il lavoro autonomo occasionale se rimane al di sotto dei 5.000 euro l’anno.

Quanti hanno avuto la certificazione prima del 2024 possono mantenere i vecchi limiti:

  • 8.000 euro da dipendente;
  • 4.800 euro da autonomo.