Riso italiano in crisi a causa del cambiamento climatico, primato europeo a rischio

Con 1,4 tonnellate di riso, l'Italia è il primo produttore d'Europa ma la crisi climatica sta alzando troppo i costi di produzione

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Emanuela Colatosti

Giornalista

Laureata in filosofia e giornalista pubblicista dal 2024, esperta di concorsi pubblici e del mondo del lavoro. Si occupa anche di tematiche ambientali e sociali

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Il riso è uno degli alimenti più consumati al mondo ma anche uno dei prodotti alimentari più esposti alla crisi climatica. Basta poco per comprometterne la produzione: temperature troppo alte, acqua che manca o arriva tutta insieme, cicli stagionali meno prevedibili.

Un equilibrio fragile che riguarda anche l’Italia, primo produttore europeo, dove la filiera sta iniziando a mostrare i primi segni di cedimento.

Il riso è una monocultura della pianura Padana

In riso in Italia non si coltiva ovunque. Al contrario, è una produzione altamente localizzata: oltre il 90% si concentra tra Lombardia e Piemonte, nella Pianura Padana, con poli come Pavia, Vercelli e Novara.

Qui si producono ogni anno circa 1,4 milioni di tonnellate di riso su 216mila ettari, numeri che rendono il Paese primo in Europa, con oltre la metà della produzione comunitaria.

Ma questa concentrazione è anche un punto debole. Quando il clima colpisce queste aree con siccità, ondate di calore o eventi estremi, l’impatto si riflette sull’intero sistema nazionale.

Negli ultimi anni è successo sempre più spesso. La scarsità d’acqua ha messo in difficoltà le risaie, mentre le alte temperature hanno ridotto le rese. Il risultato è una produzione meno stabile, più costosa e più rischiosa.

Perché il primo produttore d’Europa importa riso dall’estero

A prima vista, l’Italia sembrerebbe autosufficiente. Produce più riso di quanto ne consumi nonostante ne esporti una quota consistente. Secondo l’analisi di Agricoltura Moderna, nel 2024 le esportazioni hanno sfiorato i 720 milioni di chili, dirette soprattutto verso altri Paesi europei.

Eppure, allo stesso tempo, il Paese importa riso dall’estero. Questo perché l’Italia esporta soprattutto risi di qualità, come arborio e carnaroli, mentre importa varietà diverse, come basmati e jasmine, e prodotti a basso costo destinati alla grande distribuzione o all’industria alimentare.

Questo modello rende il sistema più integrato nel mercato globale, ma anche più esposto ai suoi squilibri.

Chi decide i prezzi del riso

Il problema emerge con forza quando si guardano i prezzi. Negli ultimi anni le importazioni sono aumentate, arrivando a oltre 200 milioni di chili nei primi mesi del 2025, secondo le stime di Coldiretti.

Questa pressione ha effetti sul mercato interno, dal momento che fanno abbassare i prezzi degli agricoltori italiani, in alcuni casi fino a raggiungere i 60 centesimi al chilo, ben al di sotto dei costi di produzione, che arrivano fino a 1,20 euro per i risi più pregiati.

Se si considera quanto siano aumentate le spese di coltivazione a causa del cambiamento climatico, si può facilmente immaginare quanto il primato italiano rischi di vacillare.

Il prezzo invisibile: il lavoro nei campi

Quando la filiera si comprime, il peso si scarica verso il basso. E il primo anello a pagarne le conseguenze è il lavoro agricolo.

Lavorare a temperature più alte significa un drastico peggioramento delle condizioni dei braccianti, con annessi rischi per la salute. Sono gli estremi di temperatura e l’umidità persistente a rendere l’ambiente in cui si coltiva il riso insalubre di suo, che non fa che aggravare.

In questo contesto, la riduzione dei margini economici si traduce in salari più bassi, maggiore precarietà e, nei casi peggiori, sfruttamento e caporalato. Il cambiamento climatico non crea nuove disuguaglianze, ma amplifica quelle già esistenti, scaricando i costi su chi già sta peggio.

I consumatori assorbono gran parte dei costi di filiera

Questa fragilità non resta confinata ai campi di riso ma si riflette anche sul mercato. Quando la produzione diventa incerta e i prezzi oscillano, aumentano le tensioni lungo tutta la filiera.

Il rischio è una maggiore volatilità dei prezzi e una dipendenza crescente dall’estero, soprattutto per alcune varietà.

Una filiera stretta tra clima e globalizzazione

Il caso italiano è emblematico di una dinamica più ampia. Da un lato, il cambiamento climatico rende la produzione agricola più instabile. Dall’altro, la globalizzazione intensifica la competizione, comprimendo i prezzi.

In mezzo ci sono agricoltori con margini di guadagno troppo stretti, lavoratori più esposti e consumatori spesso inconsapevoli.

È qui che si gioca il futuro del riso. Non solo come prodotto agricolo, ma come simbolo di un sistema alimentare che deve trovare un equilibrio tra sostenibilità, diritti e mercato.