Uomo-Intelligenza artificiale, la svolta produttiva: guida strategica al Synthetic Work

Collaborazione uomo-intelligenza artificiale, governance e competitività. Come progettare il Synthetic Work per trasformare produttività, capitale umano e valore d’impresa.

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Donatella Maisto

Esperta in digital trasformation e tecnologie emergenti

Dopo 20 anni nel legal e hr, si occupa di informazione, ricerca e sviluppo. Esperta in digital transformation, tecnologie emergenti e standard internazionali per la sostenibilità, segue l’Innovation Hub della Camera di Commercio italiana per la Svizzera. MIT Alumni.

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L’AI non è più strumento: è collega, partner cognitivo. Un’analisi densa e critica — economica, giuridica, finanziaria, geopolitica e tecnologica — con esempi concreti, rischi e strategie per leader e policy-maker.

Il tempo della co-creazione: l’alba del Synthetic Work

Per trent’anni abbiamo associato la parola automazione alla sostituzione. Oggi l’automazione, semplicemente, non basta più. Il nuovo paradigma del lavoro si chiama Synthetic Work: una forma di collaborazione ibrida tra persone e sistemi generativi che unisce la capacità interpretativa umana con la potenza analitica dell’intelligenza artificiale.

Secondo McKinsey & Company, la Generative AI potrebbe aggiungere fra 2,6 e 4,4 trilioni di dollari di valore annuo all’economia globale entro il 2030, l’equivalente del PIL della Francia. Ma i numeri, da soli, raccontano poco: il punto non è quanto l’AI produce, bensì come trasforma il lavoro e chi ne trae vantaggio. Le aziende che riescono a “umanizzare” la tecnologia e non solo a integrarla sono le stesse che oggi crescono due volte più velocemente della media di settore.

L’AI non si sostituisce all’uomo, ma si siede accanto: propone ipotesi, genera bozze, esplora alternative. È il manager, l’ingegnere, l’avvocato, il designer a dare senso a ciò che la macchina produce. Ed è in questo scambio, non nell’automatismo, che nasce la produttività nuova.

Un’economia dell’efficienza intelligente

Il Synthetic Work risponde a una tensione strutturale: produttività stagnante e domanda di flessibilità cognitiva. Dal 2010 al 2023, la produttività del lavoro nei paesi OCSE è cresciuta mediamente solo dell’1,4 % l’anno; negli stessi anni il volume dei dati generati è aumentato del 5000 %. Un paradosso. La Generative AI tenta di colmare proprio quel divario: tradurre l’informazione in decisione, non in rumore.

Studi sperimentali pubblicati sul Quarterly Journal of Economics hanno mostrato un aumento medio del 14-35 % nella produttività di operatori che utilizzano assistenti basati su LLM, con miglioramenti maggiori tra i lavoratori meno esperti. È un effetto di livellamento: l’AI riduce la variabilità delle performance interne e spinge verso l’alto la media. Ma perché il guadagno diventi sistemico deve esistere una riallocazione consapevole del tempo liberato verso creatività, relazione, innovazione.

Qui il management entra in gioco: il Synthetic Work non è una tecnologia, è una strategia di ridistribuzione del valore cognitivo.

Il bilancio invisibile: costi, ROI e rischio generativo

Adottare AI generativa è costoso e, più ancora, impegnativo. Il capex visibile — cloud, sicurezza, dati — è solo la punta; il vero prezzo è il change management. Secondo Gartner, nel 2024 il 63 % dei progetti AI aziendali non ha generato ROI positivo per mancanza di integrazione nei processi core. La lezione è chiara: la produttività si misura a bilancio, non nelle demo.

Le imprese più mature applicano una doppia contabilità: una economica, una del rischio. Allucinazioni, fughe di dati, bias: tutto va trattato come expected loss, con controlli compensativi e costi di mitigazione. JP Morgan, per esempio, ha introdotto un indice di affidabilità interna dei modelli, ponderato sul valore finanziario delle decisioni che supportano.
In sintesi: nessun ROI senza accountability. E nessun investimento credibile senza la voce “rischio generativo” nel P&L.

Il diritto come infrastruttura del futuro

L’AI Act europeo, entrato in vigore nell’agosto 2024, ha segnato una svolta. Non è solo normativa: è architettura di fiducia. Definisce livelli di rischio, obblighi di trasparenza, requisiti di tracciabilità e sanzioni fino al 7 % del fatturato per violazioni gravi. L’Europa, puntando su un modello “human-centric”, tenta di differenziare la propria competitività sulla base della fiducia, non della deregolamentazione.

Per le aziende ciò significa ridefinire la governance legale: registri dei modelli utilizzati, tracciamento delle versioni, conservazione dei log, audit periodici. La due diligence non è più un atto ex post, ma una pratica quotidiana. Sul fronte della proprietà intellettuale la questione resta aperta: se l’output nasce da una co-creazione uomo-macchina, chi è l’autore? La giurisprudenza americana comincia a negare il copyright esclusivo all’IA, ma riconosce il valore creativo della “direzione umana”. È un terreno dove le aziende dovranno muoversi con precisione chirurgica: tra tutela, innovazione e rischio reputazionale.

La nuova geografia della produttività

La corsa all’IA è già geopolitica. Gli Stati Uniti concentrano oltre il 60 % degli investimenti privati globali nel settore; la Cina il 20 %; l’Europa poco più del 10 %. Ma la partita non si gioca solo sul capitale: riguarda la sovranità digitale. Chi controlla i modelli, i dati e le infrastrutture decide anche chi potrà accedere alla prossima rivoluzione industriale. Da qui l’ascesa dei “sovereign cloud”, infrastrutture regionali pensate per trattenere valore e conformità.

Per le imprese multinazionali, scegliere dove addestrare i modelli, dove conservarli e con quali dati significa prendere decisioni strategiche su scala geopolitica. Un produttore europeo di componenti aerospaziali ha stimato che spostare il proprio training AI da server US a infrastrutture UE riduce del 17 % la velocità, ma abbatte il rischio legale del 60 %. La produttività, a volte, è anche una questione di giurisdizione.

Il capitale umano aumentato

La collaborazione uomo-IA riscrive la mappa delle competenze. Secondo il World Economic Forum 2025 Jobs Report, il 44 % delle competenze dei lavoratori dovrà essere aggiornato nei prossimi cinque anni; le aziende che investono in upskilling legato all’AI hanno una probabilità doppia di ottenere ROI positivi entro due anni.
La figura del “knowledge worker” evolve in orchestratore cognitivo: non solo utilizza strumenti intelligenti, ma li dirige, li interroga, li corregge.

In Siemens, i team di progettazione utilizzano sistemi generativi per creare centinaia di varianti di un componente in pochi minuti: gli ingegneri non disegnano più, curano il disegno. Il lavoro non scompare; cambia di scala e di senso. E richiede soft skills nuove: discernimento, empatia, capacità di negoziare con un interlocutore non umano. La cultura organizzativa, più che la tecnologia, diventa il vero acceleratore o freno.

Casi e segnali dal mercato

Nel marketing, HubSpot e Unilever sperimentano team “human-AI” dove la macchina scrive bozze di campagne e i creativi affinano tono e storytelling.
Nei servizi finanziari, Morgan Stanley ha sviluppato un copilota interno per i consulenti patrimoniali: riduzione del 30 % dei tempi di risposta al cliente, incremento del 12 % nella soddisfazione.
Nel diritto, Clifford Chance ha lanciato un sistema interno di ricerca giuridica che riduce da ore a minuti la consultazione di precedenti, ma mantiene la revisione umana obbligatoria.

In tutti i casi, il principio è costante: l’AI genera, l’uomo interpreta. E l’interpretazione resta la parte più difficile, e più preziosa, del lavoro.

I rischi strutturali: bias, allucinazioni e l’illusione dell’automazione

Ogni progresso porta la propria ombra. Bias nei dataset, allucinazioni linguistiche, perdita di controllo sui prompt sono rischi concreti.
Ma il più insidioso è il paradosso del supervisore: l’essere umano tende a fidarsi della macchina proprio quando dovrebbe dubitare.
Uno studio della University of Cambridge (2024) ha mostrato che il 62 % degli operatori con assistenti AI accetta le risposte errate se presentate con tono di certezza.

La mitigazione non è tecnica soltanto: richiede formazione critica. Nelle aziende più evolute si sperimentano “duelli argomentativi” tra umano e modello, per allenare il giudizio. L’errore generativo, reso visibile e discusso, diventa palestra di apprendimento.
È un cambio culturale profondo: non fidarsi o diffidare, ma dialogare.

Governance viva e responsabilità condivisa

La governance dell’AI non può restare nei manuali. Serve un sistema operativo: registri dei modelli, valutazioni periodiche, comitati di rischio che parlino la lingua del business e non solo quella del codice.
Il gruppo Airbus, per esempio, ha istituito un “Model Ethics Board” che valuta ogni nuovo uso dell’AI in termini di impatto legale, ambientale e reputazionale. La compliance diventa così un vantaggio competitivo: permette di scalare senza paura.

Una buona governance non è mai statica. Ogni trimestre, i modelli cambiano, i dati invecchiano, i rischi mutano. La verifica continua è la nuova qualità. E, paradossalmente, la burocrazia intelligente può accelerare l’innovazione, perché riduce l’incertezza.

Metriche di valore: oltre la velocità

Misurare l’impatto del Synthetic Work significa spostarsi dalla quantità alla qualità. Le aziende più avanzate adottano indicatori misti: tempo-alla-decisione, accuratezza percepita, riduzione della dispersione tra team, percentuale di rigetti motivati, risk averted. È così che il progresso smette di essere efficienza locale e diventa vantaggio competitivo globale.

Secondo PwC, le imprese che inseriscono metriche qualitative di AI performance nei sistemi di reporting strategico ottengono una crescita della produttività complessiva del 20 % superiore rispetto a chi misura solo ore o output. La velocità, da sola, non basta più: serve precisione, fiducia, comprensione.

Dalla sperimentazione alla scala

La differenza tra chi sperimenta e chi trasforma sta nella disciplina. Si parte da pochi casi d’uso strategici, si mappano i processi, si formano i team e si integrano i dati nei sistemi core. Ogni fase genera metriche, ogni metrica produce decisioni.
Nel 2024, Airbus ha esteso i propri progetti di design generativo solo dopo un anno di validazione in ambiente controllato: 23 % di riduzione dei tempi di prototipazione, zero incidenti di sicurezza.
Il Synthetic Work scala solo se è ripetibile. E la ripetibilità nasce dal metodo, non dall’entusiasmo.

Politica industriale: l’infrastruttura del lavoro ibrido

Dietro ogni rivoluzione aziendale c’è una scelta pubblica. Senza infrastrutture di calcolo accessibili, dataset condivisi, standard aperti e programmi di formazione integrata, il Synthetic Work resta privilegio di pochi.
L’Unione Europea ha avviato nel 2025 il piano AI Factories for SMEs, destinato a 3 miliardi di euro per diffondere capacità generative nelle filiere manifatturiere. È una scommessa industriale e culturale: portare l’AI non dove è facile, ma dove serve.

Le economie che investono simultaneamente in capitale umano e digitale — Corea del Sud, Canada, Svezia — mostrano già un vantaggio di produttività del 5-7 % rispetto ai competitor con approccio “tech-only”. Il futuro del Synthetic Work è pubblico-privato, o non sarà.

Il lavoro che non c’era

Quando la macchina diventa collega, il lavoro non scompare: cambia pelle. Passa dall’esecuzione alla curatela del giudizio, dalla quantità alla qualità della decisione. La promessa dell’AI non è di liberare tempo, ma di restituire senso. Per i manager, la sfida è doppia: orchestrare l’innovazione senza perdere il controllo, accelerare senza bruciare fiducia.

Nel 2050, guardando indietro, diremo che il Synthetic Work è stato ciò che la catena di montaggio fu per il ‘900: la riorganizzazione radicale del lavoro, ma questa volta cognitiva. Chi avrà disegnato processi, ruoli e regole prima di accendere il modello avrà vinto due volte: in produttività e in umanità. Gli altri continueranno a inseguire dashboard luminose e risultati sfuggenti.

La regola resta la stessa, semplice, quasi morale: prima disegna il lavoro, poi accendi la macchina. Il resto – il rumore, l’hype, le promesse facili – si spegnerà da solo.