In un Paese come l’Italia, ricco di risorse idriche ma, allo stesso tempo, sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico e alle inefficienze infrastrutturali, il rapporto tra cittadini e acqua potabile resta complesso e contraddittorio. Secondo l’Istat, quasi 3 famiglie su 10 (29,9%) dichiarano di non fidarsi a bere dal rubinetto, probabilmente per via della qualità percepita del servizio idrico.
Il dato merita attenzione perché si tratta di una rilevazione statistica che ha delle implicazioni ambientali, economiche e sociali legate alle scelte di consumo delle famiglie italiane. Sintomo di un sistema che fatica a coniugare efficienza, sostenibilità e fiducia.
Fiducia in calo: un problema culturale e strutturale
I dati pubblicati dall’Istat a marzo 2026 evidenziano una tendenza solo parzialmente positiva nel lungo periodo. La fiducia dei cittadini nell’acqua potabile è infatti cresciuta rispetto al 2002, anno in cui il 40,1% delle famiglie esprimeva timori. Tuttavia, la percentuale di chi preferisce non berla dal rubinetto resta ancora elevata.
Questo significa che, nonostante i miglioramenti nella qualità dell’acqua e nei controlli, la percezione di insicurezza continua a influenzare i comportamenti di consumo, legati all’esperienza diretta dei cittadini. Infatti, qui emerge la prima criticità, ovvero: nel 2025 il 10,2% delle famiglie segnala irregolarità nell’erogazione dell’acqua. Parliamo di circa 2,7 milioni di nuclei familiari che hanno vissuto disservizi, spesso continuativi o stagionali. Si tratta degli stessi che hanno dovuto fare i conti con interruzioni, razionamenti o problemi di pressione e che, pertanto, non hanno alcuna fiducia nel sistema di gestione.
Il divario territoriale: Sud e Isole in difficoltà
Uno degli aspetti più rilevanti emersi dal report riguarda la forte disomogeneità territoriale. Se nel Nord-est infatti la quota di famiglie che non si fidano dell’acqua del rubinetto scende al 19,6%, nelle Isole supera il 56%. In particolare, si registrano livelli critici in:
- Sicilia, dove la quota sale al 57,6%;
- Sardegna, dove la quota arriva al 52,1%;
- Calabria, dove la quota si attesta al 44,6%, comunque alta rispetto alla media generale.
Questi dati non sono casuali, ma riflettono condizioni strutturali più fragili. Il Mezzogiorno, infatti, è anche l’area dove si concentrano la maggior parte delle famiglie che lamentano disservizi idrici (oltre due terzi del totale nazionale) e le situazioni più gravi di razionamento dell’acqua. Al Sud, infatti, le criticità legate alla siccità e alle infrastrutture obsolete sono maggiori.
Nel 2024, ad esempio, oltre un milione di residenti nei capoluoghi ha subito e continua a subire razionamenti idrici, soprattutto in Sicilia. In alcune città l’erogazione è stata sospesa o ridotta per gran parte dell’anno. In questo contesto, la diffidenza verso l’acqua del rubinetto diventa una conseguenza quasi inevitabile.
Qualità percepita in peggioramento
Un altro elemento che contribuisce alla sfiducia è il calo della soddisfazione per la qualità dell’acqua. Nel 2025, il 74,4% delle famiglie giudica soddisfacenti caratteristiche come odore, sapore e limpidezza, in diminuzione rispetto all’86,4% del 2023. Cresce anche la quota di famiglie insoddisfatte (25,7%), con picchi ancora una volta nelle regioni del Sud e delle Isole.
Anche quando l’acqua è potabile e sicura secondo gli standard sanitari, un gusto sgradevole o un odore marcato possono spingere le famiglie a evitarne il consumo.
Il paradosso italiano: tanta acqua, poca fiducia
Eppure, dal punto di vista della disponibilità, l’Italia presenta un quadro apparentemente favorevole. Nel 2024 sono stati prelevati 8,87 miliardi di metri cubi di acqua per uso potabile, il livello più basso degli ultimi 25 anni ma comunque tra i più elevati in Europa. Il Paese è infatti primo nell’UE per volume totale di acqua dolce prelevato e tra i primi per consumo pro capite (150 metri cubi annui per abitante), ma è anche uno dei maggiori consumatori di acqua minerale al mondo. L’83,3% della popolazione beve almeno mezzo litro di acqua in bottiglia al giorno.
Questo comportamento comporta:
- maggiore produzione di plastica;
- aumento delle emissioni legate al trasporto;
- sfruttamento intensivo delle sorgenti.
Nel 2023 sono stati prelevati quasi 19 milioni di metri cubi di acque minerali naturali, con un impatto ambientale non trascurabile.