Guerra in Venezuela, catturato Maduro: cosa vuole davvero Trump

Gli Usa bombardano il Venezuela e catturano il presidente Nicolás Maduro: Trump punta al petrolio e alla rinascita del dollaro

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Mauro Di Gregorio

Giornalista politico-economico

Laurea in Scienze della Comunicazione all’Università di Palermo. Giornalista professionista dal 2006. Si interessa principalmente di cronaca, politica ed economia.

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Prima le bombe nella notte su Caracas, poi la cattura del presidente Maduro. Il controllo del Venezuela da parte degli Stati Uniti ormai è cosa fatta.

Trump ha annunciato che l’esercito americano ha “catturato il presidente del Venezuela Maduro e la moglie Cilia Flores, e li ha portati fuori dal Paese”, in una azione svolta “in coordinamento con l’amministrazione della giustizia americana”. La cattura, pare, sarebbe stata negoziata e non frutto di un blitz. Maduro è accusato dagli Usa di essere il vertice di un narco-stato e di aver truccato le elezioni che lo hanno portato al potere.

Gli Usa attaccano il Venezuela

Quartieri popolari e simbolici del chavismo, come il 23 de Enero, hanno registrato boati, sorvoli di aerei e blackout elettrici. Le immagini di grandi incendi e colonne di fumo, diffuse sui social e rilanciate dalle agenzie internazionali, hanno fatto il giro del mondo.

Subito dopo le bombe, Nicolás Maduro aveva parlato di una “gravissima aggressione militare” da parte degli Stati Uniti, dichiarando lo stato di emergenza e chiamando alla mobilitazione popolare. Le bombe arrivano dopo settimane durante le quali Trump ha alzato la temperatura dello scontro con una flottiglia navale schierata nei Caraibi, con dichiarazioni sulla possibilità di attacchi terrestri e con l’affermazione che i giorni di Maduro sarebbero stati “contati”.

Ma dietro la cronaca delle bombe c’è una posta più grande che riguarda il petrolio, il potere regionale e la ridefinizione di un nuovo ordine mondiale.

Il Venezuela e la droga

La giustificazione dell’amministrazione Trump è nota: la lotta al narcotraffico. Washington accusa il Venezuela di essere un hub per il traffico di droga diretto verso gli Stati Uniti, di ospitare gruppi criminali come il Tren de Aragua e di vedere nel Cartel de los Soles una struttura guidata direttamente da Maduro.

Su questa base, gli Stati Uniti hanno designato organizzazioni venezuelane come Foreign Terrorist Organisations, raddoppiato la taglia sulla testa del presidente venezuelano e giustificato un massiccio dispiegamento militare nei Caraibi: portaerei, cacciatorpediniere, truppe e operazioni navali culminate nel sequestro di petroliere accusate di trasportare greggio sanzionato.

I dati, però, smontano la narrativa: gli stessi rapporti della Dea indicano che il Venezuela è un attore marginale nel traffico globale di stupefacenti, soprattutto se paragonato alla Colombia o al Messico. Il fentanyl, al centro della retorica trumpiana, non viene prodotto in Venezuela e arriva negli Stati Uniti quasi esclusivamente via terra dal confine meridionale.

Petrolio, risorse e controllo strategico

Il petrolio è il vero motore del conflitto: Caracas possiede le maggiori riserve di petrolio al mondo, un dato che da solo spiega perché il Paese continui a essere centrale nella strategia statunitense nonostante il suo peso relativamente modesto nella produzione globale attuale.

Le sanzioni hanno devastato l’industria petrolifera venezuelana, ma il potenziale è integro. Per Washington, il problema non è solo chi governa oggi il Venezuela, ma chi controllerà domani quelle risorse. Negli ultimi anni, Maduro ha stretto accordi energetici e minerari con Cina, Russia e Iran, offrendo a Pechino una doppia opportunità: accesso a energia a lungo termine e una presenza strategica nel cortile di casa degli Stati Uniti. Per Trump tutto ciò è inaccettabile.

L’obiettivo è impedire a potenze rivali di mettere radici in America Latina, soprattutto in settori chiave come energia, porti, infrastrutture critiche e telecomunicazioni. Il Venezuela oggi è diventato un tassello della nuova Dottrina Monroe, oggi riveduta e aggiornata nel Corollario Trump.

Gli Usa considerano il Venezuela fondamentale per almeno tre ragioni:

  • una lunga costa caraibica su rotte vitali per il commercio statunitense e il Canale di Panama;
  • petrolio, gas, oro e minerali critici;
  • un governo apertamente allineato con i rivali strategici degli Usa.

E la pressione militare serve non solo a colpire Maduro, ma a inviare un messaggio all’intera regione: la proiezione di potenze alternative agli Usa non sarà tollerata.

Cosa c’entra il dollaro

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la guerra Ucraina-Russia, una quota crescente del commercio petrolifero mondiale si è sganciata dal dollaro, orientandosi verso lo yuan cinese e circuiti alternativi come la Borsa petrolifera di Shanghai. Cina, Russia, Iran, Venezuela e alcuni Paesi arabi stanno contribuendo alla formazione di un mercato energetico parallelo, riducendo l’efficacia delle sanzioni statunitensi e l’influenza finanziaria di Washington. Per gli Stati Uniti questo rappresenta una minaccia esistenziale. L’obiettivo degli Stati Uniti è ricondurre il petrolio venezuelano nell’orbita del dollaro.

Cosa potrebbe accadere in Venezuela

Secondo alcune ricostruzioni, il governo venezuelano avrebbe offerto a Washington una quota dominante delle proprie risorse energetiche e minerarie, dirottando le esportazioni dalla Cina agli Stati Uniti. Sarebbe stato il tentativo estremo di uscire dall’isolamento e salvare il regime.

Parallelamente, l’opposizione venezuelana guidata simbolicamente da María Corina Machado sta presentando ai mercati internazionali un futuro post-Maduro come una gigantesca occasione di business con privatizzazioni, apertura agli investimenti stranieri e smantellamento del sistema chavista. Si parla di oltre 1.700 miliardi di dollari di potenziale valore.

Per Washington, entrambe le opzioni sono appetibili. Ma l’intervento degli Usa in Venezuela, di fatto, giustifica quello della Russia in Ucraina. E apre le porte a quello della Cina a Taiwan.