Continuano ad aumentare la domanda e di conseguenza il valore dei metalli preziosi sui mercati internazionali. L’oro ha superato per la prima volta nella storia il prezzo di 5.000 dollari l’oncia, con altri materiali simili che stanno subendo rialzi comparabili. Una tendenza motivata soprattutto dalla paura per l’instabilità internazionale, tra Venezuela, Groenlandia e Iran.
Ci sono però anche altre ragioni che preoccupano gli investitori. Due riguardano il dollaro: gli Usa sono nuovamente a rischio shutdown e la fine del mandato di Jerome Powell a presidente della Fed solleva timori riguardo al suo successore e alle ingerenze della Casa Bianca nella politica monetaria.
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Nuovo record dell’oro
Nella mattinata del 26 gennaio i contratti per l’acquisto di oro spot hanno superato per la prima volta il prezzo di 5.000 dollari l’oncia (un’oncia, misura tradizionale dei metalli preziosi sui mercati, equivale a poco più di 28 grammi). Un record storico che ha fatto raggiungere al metallo, considerato uno dei principali beni rifugio, un aumento annuo di valore del 62%.
In crescita anche le quotazioni degli altri principali metalli preziosi:
- l’argento ha raggiunto i 106 dollari, in aumento del 212% annuo;
- il platino ha sfiorato i 2.800 dollari, in aumento del 166% annuo.
L’oro ha ricominciato a crescere molto rapidamente di valore dall’inizio dell’anno. L’ultimo picco era stato a ottobre 2025, seguito da un periodo di aumenti più contenuti rispetto al recente passato. Il 2026 ha però portato una serie di cambiamenti che hanno spinto i mercati verso investimenti più conservativi.
Le tensioni internazionali spaventano i mercati
Il fattore principale che ha influenzato i nuovi aumenti dell’oro è la situazione internazionale. I nuovi aumenti sono inizati con la cattura del presidente del Venezuela Nicolas Maduro da parte degli Stati Uniti. Un’azione che ha destabilizzato il Paese e che ha segnato l’inizio di un mese particolarmente instabile per le relazioni internazionali tra gli Usa e il resto del mondo.

Poco dopo sono scoppiate grandi proteste in Iran, che hanno portato a una repressione violenta del regime. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato più volte un intervento nel Paese, che però non si è mai concretizzato, nonostante tuttora ci siano movimenti di truppe e di navi da guerra statunitensi in Medio Oriente che potrebbero far pensare a un’operazione in futuro.
Proprio mentre l’Iran usciva dall’attenzione dei media occidentali, Trump ha ricominciato a pretendere il controllo della Groenlandia, nazione parte del Regno di Danimarca, arrivando a non escludere un’operazione militare e a minacciare dazi ai Paesi europei che si erano detti pronti a difendere l’isola da un’invasione statunitense. Anche in questo caso, come per l’Iran, la situazione si è risolta con un nulla di fatto.
Le paure sul futuro del dollaro
Non è solo il comportamento degli Stati Uniti nei confronti di avversari e alleati a preoccupare i mercati. Alcune questioni interne agli Usa infatti potrebbero presto influire sul dollaro, la principale valuta delle riserve mondiali di denaro. Il governo federale è infatti a rischio shutdown. I democratici potrebbero infatti rifiutarsi di votare il bilancio, a causa delle violenze dell’ICE, l’agenzia federale dell’immigrazione, e di altre agenzie che hanno causato la morte di due persone a Minneapolis.
Il picco dell’oro arriva inoltre, non per caso, alla vigilia di un’importante decisione di politica monetaria della Federal Reserve. Il direttore della Fed Jerome Powell è a fine mandato e la sua linea, che ha resistito alle pressioni della Casa Bianca di abbassare i tassi nonostante l’inflazione molto alta, potrebbe presto essere superata. Se il suo sostituto dovesse rivelarsi particolarmente incline a soddisfare le richieste di Trump, la fiducia dei mercati nel dollaro potrebbe crollare.