Sulla burocrazia esiste un paradosso tutto italiano: da una parte le norme sono le stesse su tutto il territorio nazionale, ma dall’altra parte da città a città le tempistiche medie della Pubblica Amministrazione cambiano, e non di poco.
Tale disomogeneità si traduce in inefficienza, incertezza e costi aggiuntivi per le imprese, configurandosi di fatto come una imposta occulta che frena gli investimenti e accentua le disuguaglianze territoriali.
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La cattiva burocrazia frena le imprese
Il settore edilizio rappresenta uno degli esempi più evidenti: in Italia servono, in media, oltre sei mesi e mezzo (198 giorni) per ottenere una concessione edilizia necessaria alla costruzione di un capannone. Nel Regno Unito ne servono 110, in Irlanda 88, in Svezia 40 e a Malta 30. Un tempo già elevato quello italiano se confrontato con gli standard europei, ma che nelle grandi aree urbane peggiora sensibilmente.
Secondo le stime dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, a Milano e Napoli i tempi salgono a 7,2 mesi (220 giorni), a Torino si attestano a 210 giorni, mentre a Palermo arrivano a 205 giorni. Proprio nei territori dove la domanda di spazi produttivi è più intensa e la pressione sugli uffici tecnici è maggiore, la lentezza procedurale si trasforma in un vero collo di bottiglia.
I tempi della giustizia civile
Il quadro peggiora se si guarda al funzionamento della giustizia civile, in particolare alle procedure di insolvenza. A livello nazionale, la durata media per arrivare alla liquidazione di un’impresa insolvente è di 36 mesi (1.095 giorni). Tuttavia, anche in questo caso, le medie nascondono squilibri enormi.
A Milano, cuore finanziario del Paese, le imprese segnalano tempi che arrivano a 75 mesi, oltre sei anni (2.281 giorni). A Bari si toccano i 72 mesi (2.190 giorni), mentre a Roma si scende a 68 mesi (2.068 giorni). Meglio, ma comunque su livelli critici, Ancona, con 60 mesi (1.825 giorni).
Controversie commerciali
Anche la risoluzione delle controversie commerciali evidenzia ritardi. In Italia servono in media 600 giorni, circa 20 mesi, per chiudere una disputa tra imprese. Ma nelle grandi città i tempi esplodono: a Roma si arriva a 1.400 giorni, quasi quattro anni; a Bari e Reggio Calabria i tempi si attestano a 1.180 giorni, oltre tre anni. Più contenuti, ma comunque elevati, i dati di Ancona, Firenze e Napoli, tutte attorno ai 1.000 giorni.
Ritardi che incidono direttamente sui costi operativi delle aziende, aumentano il rischio d’impresa, e finiscono per scoraggiare molte realtà dal far valere i propri diritti.
La burocrazia pesa quanto le tasse
Nel dibattito sulla competitività delle imprese, l’attenzione si concentra spesso su fisco, costo del lavoro e accesso al credito. Molto meno considerata, ma altrettanto decisiva, è la qualità della burocrazia. Il problema non è l’esistenza delle regole, inevitabili in economie complesse, ma il loro cattivo funzionamento.
Procedure lente, adempimenti duplicati, sovrapposizioni normative e incertezza interpretativa generano costi opachi e imprevedibili, che non possono essere pianificati ex ante come un’imposta. Le imprese sono così costrette a destinare risorse ad attività difensive, sottraendole all’innovazione, alla crescita e all’occupazione.
L’impatto è inoltre asimmetrico: le grandi imprese riescono a diluire i costi fissi della complessità burocratica mentre le piccole e medie imprese sopportano un peso sproporzionato.
Ma la cattiva burocrazia danneggia gli stessi enti pubblici: l’accumulo di norme incoerenti favorisce comportamenti difensivi, moltiplicazione dei controlli e allungamento delle catene decisionali, senza un reale miglioramento della qualità delle scelte. La frammentazione delle competenze rende opaca l’attribuzione delle responsabilità, mentre una cultura amministrativa improntata al formalismo porta a privilegiare la correttezza procedurale rispetto ai risultati. Nel Mezzogiorno questi fenomeni risultano più diffusi.