Quasi 385 miliardi di euro di titoli di Stato in scadenza nel solo 2026: è questa la prima, imponente, montagna di debito pubblico che il Tesoro dovrà rifinanziare nei prossimi anni e che rappresenta uno dei principali banchi di prova per il governo guidato da Giorgia Meloni. Un volume rilevante, che si inserisce in un quadro internazionale ancora fragile, segnato dalle tensioni geopolitiche legate alla guerra in Ucraina e al conflitto in Medio Oriente, oltre che da prospettive di crescita economica – interna e globale – tutt’altro che consolidate. È quanto emerge da un report del Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati ufficiali e fotografa la struttura temporale del debito pubblico italiano.
Le scadenze e lo spread
Complessivamente, le scadenze dei titoli di Stato ammontano a 2.545,6 miliardi di euro, concentrate in larga parte nel prossimo decennio. Tra il 2026 e il 2035 scadono infatti 2.007,3 miliardi, pari al 78,9% del totale, mentre il periodo più lungo e distante, dal 2036 al 2072, presenta scadenze per 538,2 miliardi, corrispondenti al 21,1%.
In questo contesto, assume particolare rilievo il miglioramento strutturale dello spread tra Btp e Bund, che nelle ultime settimane si è stabilmente attestato su livelli sensibilmente più bassi rispetto agli anni precedenti, attorno ai 70 punti base, segnalando una maggiore fiducia dei mercati nella solidità dei conti pubblici italiani e nella credibilità della politica economica. Il calo del differenziale e dei rendimenti sui titoli di Stato sta già producendo un alleggerimento del costo medio del debito, destinato a riflettersi in modo più evidente nei prossimi. Tale dinamica potrebbe generare un margine finanziario cumulato – un vero e proprio “tesoretto” – di 7-8 miliardi di euro solo nel 2026, grazie alla riduzione della spesa per interessi sulle nuove emissioni e sul rifinanziamento del debito in scadenza.
Il commento
“I dati sul debito e sull’andamento dei mercati finanziari confermano che l’Italia ha ritrovato una traiettoria di credibilità nella gestione dei conti pubblici – commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi – L’azione del governo si è contraddistinta per un approccio prudente e responsabile, capace di tenere insieme rigore, stabilità e attenzione alla crescita”.
“La riduzione dello spread, il calo del costo del debito e la fiducia mostrata dagli investitori internazionali non sono frutto del caso, ma il risultato di una gestione attenta e coerente della finanza pubblica – aggiunge – Oggi l’Italia non è più la Cenerentola d’Europa sul fronte dei conti: è un Paese che, pur partendo da un’eredità complessa, dimostra di saper affrontare le proprie scadenze con serietà e affidabilità. Questo patrimonio di credibilità va preservato e rafforzato, perché rappresenta la condizione essenziale per sostenere imprese, lavoro e sviluppo nei prossimi anni. I risparmi ottenuti sul fronte della spesa per interessi dovranno essere destinati in via prioritaria alla riduzione della pressione fiscale, per restituire ossigeno a famiglie e imprese e sostenere in modo strutturale la crescita dell’economia italiana”.
La composizione del debito
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato dati del ministero dell’Economia e delle Finanze, la composizione del debito evidenzia una netta prevalenza dei Btp, che rappresentano 2.292,8 miliardi, pari a oltre il 90% del totale delle scadenze considerate. I Bot incidono per 132,1 miliardi, interamente concentrati nel 2026, mentre i Cct ammontano a 120,6 miliardi, anch’essi tutti collocati entro il 2035 e destinati a esaurirsi progressivamente nel corso del prossimo decennio. Il totale è pari a 2.545,6 miliardi.
Nel dettaglio anno per anno, il picco si registra appunto nel 2026, con 384,3 miliardi di euro in scadenza: 132,1 miliardi di Bot, 239,4 miliardi di Btp e 12,7 miliardi di Cct. Nel 2027 le scadenze si attestano a 244,5 miliardi, interamente riferite ai Btp. Nel 2028 il totale scende a 227,8 miliardi, con 214,7 miliardi di Btp e 13,1 miliardi di Cct, mentre nel 2029 ammonta a 213,3 miliardi, di cui 192,4 miliardi di Btp e 20,9 miliardi di Cct. Nel 2030 le scadenze risalgono a 236,1 miliardi, prevalentemente Btp (218,6 miliardi) con una quota residuale di Cct (17,6 miliardi). Segue una graduale riduzione: 204,6 miliardi nel 2031, 165 miliardi nel 2032 e 136,7 miliardi nel 2033, anni in cui i Cct continuano a ridursi progressivamente. Nel 2034 le scadenze scendono a 77,4 miliardi, mentre nel 2035 tornano a salire a 117,7 miliardi, chiudendo il decennio. Dal 2036 in poi, il profilo del debito diventa più diluito e lineare, composto esclusivamente da Btp. Le scadenze oscillano tra i 55 miliardi e i 70 miliardi annui nella seconda metà degli anni Trenta, per poi ridursi progressivamente nelle decadi successive, fino ad arrivare a importi inferiori ai 10 miliardi annui negli ultimi anni considerati, con 8,7 miliardi nel 2072.
La sfida politica
La struttura delle scadenze conferma come la gestione del debito pubblico resti una sfida eminentemente politica, oltre che finanziaria, sostiene il il Centro studi di Unimpresa. La forte concentrazione nel breve e medio periodo impone una strategia attenta sulle emissioni, sulla durata media dei titoli e sul rapporto con i mercati, in un contesto in cui la credibilità fiscale, la stabilità dei conti pubblici e il sostegno alla crescita diventano elementi decisivi per contenere il costo del rifinanziamento e preservare la fiducia degli investitori.
Il nodo volatilità
Il contesto macroeconomico interno e internazionale, pur restando esposto a fattori di incertezza, appare oggi compatibile con una gestione ordinata e sostenibile delle scadenze del debito pubblico nei prossimi anni, secondo il Centro studi di Unimpresa. Sul piano globale, la progressiva normalizzazione dell’inflazione, l’orientamento più prevedibile della politica monetaria e il venir meno delle fasi più acute di tensione sui mercati finanziari hanno ridotto la volatilità sui titoli sovrani del nostro Paese. In ambito europeo, il quadro istituzionale resta favorevole, grazie alla presenza di strumenti di tutela contro la frammentazione finanziaria e a una maggiore coordinazione delle politiche fiscali. Sul fronte interno, l’Italia beneficia di una struttura del debito caratterizzata da una durata media elevata, da una base di investitori ampia e diversificata e da un profilo delle scadenze che, pur concentrato nel breve e medio periodo, risulta ampiamente gestibile alla luce delle condizioni di mercato attuali. In questo contesto, la combinazione tra crescita moderata, conti pubblici sotto controllo e costo del debito in graduale riduzione consente di affrontare le prossime tornate di rifinanziamento con un livello di serenità superiore rispetto al passato, limitando i rischi sistemici e rafforzando la credibilità finanziaria del Paese.