Eni conferma la scoperta del pozzo esplorativo Algaita-01, situato nell’offshore dell’Angola, a circa 18 chilometri dall’unità galleggiante di produzione, stoccaggio e scarico FPSO Olombendo.
I lavori di perforazione del sito sono iniziati il 10 gennaio 2026 e sono stati condotti utilizzando l’impianto per acque profonde Saipem 12000, operante a una profondità di 667 metri.
La stima delle riserve
Le analisi condotte hanno rivelato la presenza di arenarie mineralizzate ad olio in diversi intervalli del Miocene superiore. I tecnici parlano di “eccellenti proprietà petrofisiche”, un elemento che indica una roccia serbatoio particolarmente favorevole all’estrazione. Una campagna completa di acquisizione dati, comprensiva del campionamento dei fluidi, ha confermato le ottime caratteristiche del giacimento e le caratteristiche dei fluidi contenuti. Secondo le prime stime, il giacimento conterrebbe circa 500 milioni di barili di petrolio.
Uno degli aspetti più rilevanti della scoperta è la sua posizione strategica. Spiega Eni in una nota:
La presenza di infrastrutture di produzione già esistenti nelle vicinanze aumenta ulteriormente il valore della scoperta e ne migliora le prospettive di sviluppo.
Poter collegare il nuovo pozzo a impianti già operativi riduce infatti i tempi e i costi di messa in produzione, rendendo il progetto estremamente competitivo.
L’accordo Eni-bp in Angola
Il blocco 15/06 è operato da Azule Energy (36,84%). Il blocco 15/06 è gestito da Azule Energy, che detiene una quota del 36,84%. Azule Energy è la joint venture paritaria tra Eni e bp nata per aggregare gli asset angolani delle due major. La partnership include anche SSI (26,32%) e Sonangol E&P (36,84%).
Con questa scoperta, l’Angola si conferma un hub strategico per la strategia upstream di Eni. “Questo successo – si legge nella nota ufficiale del gruppo – conferma ulteriormente la solidità del portafoglio Upstream in Angola”. Un risultato che arriva in un momento cruciale per il mercato energetico globale, riaffermando il ruolo dell’Italia e delle sue eccellenze tecnologiche nell’esplorazione e produzione di idrocarburi su scala mondiale.
Svolta anche in Venezuela: via libera di Trump a Eni e major europee
Se in Angola arriva una scoperta, dal Venezuela arriva un’altra importante notizia per Eni e per il panorama petrolifero internazionale. L’amministrazione Trump ha infatti dato il disco verde al pieno ritorno operativo del gruppo italiano e di altre grandi compagnie energetiche nel paese sudamericano.
L’Ofac (Office of Foreign Assets Control) del Dipartimento del Tesoro statunitense ha revocato le restrizioni imposte a marzo 2025, nel periodo di massimo rigore dell’embargo contro il governo di Nicolás Maduro. Oltre a Eni, il via libera alle transazioni su greggio e gas venezuelani riguarda altre tre colossi europei: Bp, Repsol e Shell, che si aggiungono all’americana Chevron, già operativa.
Le nuove licenze prevedono che i pagamenti delle royalty transitino attraverso il Foreign Government Deposit Fund, un fondo controllato direttamente dagli Stati Uniti. In questo modo viene garantita la supervisione finanziaria sui flussi di denaro. Inoltre, una seconda autorizzazione consente alle società di stipulare nuovi contratti con Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana, per investimenti futuri nel settore oil & gas, sempre sotto stretto controllo statunitense.
Resta invece in vigore il divieto di transazioni con società riconducibili a Russia, Iran, Cina, Corea del Nord e Cuba, a conferma della linea di fermezza di Washington verso quei paesi. Una doppia vittoria, dunque, per Eni che vede rafforzata la propria posizione in due aree nevralgiche per l’approvvigionamento energetico globale come l’Africa subsahariana e il Sudamerica.