Le terre rare sono talmente strategiche che ormai si cercano ovunque, anche nelle profondità marine. Il Giappone ha iniziato una ricerca sperimentale nelle acque profonde dell’oceano Pacifico e lunedì 2 febbraio ha annunciato di aver estratto con successo, quindi di aver individuato, elementi di terre rare a una profondità di 5.700 metri. Uno sforzo titanico per tentare di rendersi indipendente da materiali così preziosi, oggi acquistati in larga parte dalla Cina.
Secondo il ministro della Scienza e della Tecnologia, che riporta i dati delle ricerche scientifiche, l’area intorno all’isola di Minami Torishima conterrebbe oltre 16 milioni di tonnellate di terre rare, ovvero la terza riserva più grande al mondo. La ricerca si fa più intensa con l’aumento della tensione nelle relazioni diplomatiche con la Cina. L’interesse però non è solo giapponese e anche l’alleato statunitense guarda con attenzione alla scoperta.
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Scoperto maxi giacimento di Terre rare
Nel cuore del Pacifico, l’isola di Minami Torishima nasconderebbe il terzo più grande giacimento di terre rare al mondo. Lo ha scoperto il Giappone, ma il problema è che si trova su un fondale marino a oltre 5.700 metri di profondità. C’è stato un grande investimento per il primo tentativo di estrazione del fango, che si è poi scoperto contenere terre rare.
Da qui la conferma, il 2 febbraio 2026, da parte del ministro della Scienza e della Tecnologia giapponese: è stato individuato un giacimento di circa 10.000 km², per un totale stimato di oltre 16 milioni di tonnellate di terre rare.
Quali terre rare ci sono?
Gli studiosi avevano già individuato da tempo questo enorme giacimento di 10.000 km² di noduli di manganese, una formazione di origine naturale che nel corso di milioni di anni si è accumulata attraverso i resti organici ed è riuscita a incorporare le cosiddette terre rare.
Non ci sono soltanto terre rare, ma anche nichel, cobalto e rame, per un totale di 230 milioni di tonnellate di noduli e quantità di materiali sufficienti a coprire il fabbisogno nazionale di cobalto per 75 anni e di nichel per 11 anni. Il potenziale economico stimato è di 35 miliardi di dollari, o circa 30 miliardi di euro.
Si tratta di 17 elementi chimici non così tanto rari, ma sicuramente difficili da estrarre e, soprattutto in questo caso, essenziali per molti dei settori del futuro: industriale, automobilistico, energie rinnovabili, digitale e difesa. Da qui la volontà ferrea del Giappone di raggiungerli.
Il primo test operativo si è concluso, ora si passa a progettare la fase sperimentale che, dal 2027, dovrebbe portare all’estrazione di circa 350 tonnellate di sedimento al giorno: una produzione ancora lontana da quella industriale. Per il Giappone non è tanto importante quanto si estrae, quanto il fatto che il sistema funzioni ininterrottamente anche nelle condizioni più difficili, così da non generare interruzioni e ridurre la dipendenza dalle importazioni, aprendo il fianco alla Cina.
L’aspetto geopolitico
Non si tratta però soltanto di una questione economica, ma anche di un allontanamento dalla superpotenza delle terre rare. La Cina è la principale esportatrice delle terre rare che il Giappone acquista: il 70% del suo fabbisogno è coperto proprio dagli acquisti dal Dragone, che però è visto come una minaccia.
Soprattutto negli ultimi mesi, con la nuova presidenza giapponese, la tensione tra Cina e Giappone è tornata a crescere e i rapporti diplomatici a farsi sempre più difficili. Una situazione che rischia di sfuggire di mano per via delle mire cinesi su Taiwan, che il Giappone ha dichiarato di voler proteggere.